Quando Max si sbranò Gentiloni

Uno spettacolo degno del Colosseo fu il dibattito tra Massimo D’Alema e il nuovo presidente del Consiglio

Gentiloni e D'Alema. Festa dell'Unità a Catania (foto LaPresse)

Gentiloni e D'Alema. Festa dell'Unità a Catania (foto LaPresse)

Uno spettacolo degno del Colosseo fu il dibattito tra Massimo D’Alema e Paolo Gentiloni – oggi presidente del Consiglio incaricato – il 30 agosto scorso, a Catania, in un atteso appuntamento al Festival nazionale dell’Unità. Il pubblico ne aveva pena di Gentiloni. In tanti si portavano la mano agli occhi per non vedere lo strazio cui lo sottoponeva un feroce e divertito D’Alema. Non ci fu gara. Il magnifico Max se lo sbranò e di Gentiloni non ne fece restare neppure le ossa mentre in tutta l’isola – è storia di appena ieri – cominciava a ribollire la rabbiosa alzata dei No al Referendum. Comincia dunque la cronaca di oggi. Gentiloni deve varare un nuovo governo e però un consiglio: faccia tesoro della sua biografia dove, al netto delle lagne radicali, squilla la militanza in Democrazia Proletaria. Non si può prescindere dal sublime motto che Carmelo Calabrese – militante a Milano, straordinario angelo custode degli ultimi – alzando il pugno chiuso lanciava nei comizi di Dp. Ne faccia tesoro, Gentiloni. La fedeltà alla giovinezza è l’unica prova di sincerità. Gridi gioioso quel che nelle manifestazioni di disoccupati, di proletari operai e contadini la santa anima di Carmelo urlava ai compagni delle periferie: “Mettetevi un dito nel culo e la vita vi sorriderà!”.

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