Perché si guarda in alto

Arrivi e la prima cosa che faccio è guardare in alto. Magari di sbieco, ma in cielo. E’ lì che cerco. Ci sei – ci sei sempre – ma quando bussi mi costringi a scavare dentro. Il tempo di respirarti e già prendo tra le dita le viscere, raccolgo nelle mani lo sterno e i fianchi perfino, stretti in pugno.
Perché si guarda in alto
Arrivi e la prima cosa che faccio è guardare in alto. Magari di sbieco, ma in cielo. E’ lì che cerco. Ci sei – ci sei sempre – ma quando bussi mi costringi a scavare dentro. Il tempo di respirarti e già prendo tra le dita le viscere, raccolgo nelle mani lo sterno e i fianchi perfino, stretti in pugno. Faccio sosta in petto e ascolto. Il battito, o l’alito, o quel che dici Tu stesso nel Libro – “Ancora più vicino della giugulare” – è conferma: non arrivi, tu sei. Il mondo gira e sei nel sangue, nel manifesto, nell’invisibile mentre ieri, oggi, sempre, tutto è un vortice di Novantanove nomi – i Tuoi – snocciolati quando il passo in circolo diventa cerchio, elisse, volo ed è finalmente chiaro perché si guarda in alto: per chiudere in cielo la danza. Questo diceva un vecchio, ieri. Parlava – intanto che vidimava il biglietto – ai vetri del tram in corsa verso il capolinea di Piazza Venezia, a Roma.

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