Ogni romanticismo per il Salone del libro è fuori luogo

Triste storia questa del Salone del Libro di Torino ucciso all’angolo di una strada, quella della cosiddetta sbrigativa efficienza commerciale, ma ogni romanticismo – specie in tema di libri – è fuori luogo.
Ogni romanticismo per il Salone del libro è fuori luogo
Triste storia questa del Salone del Libro di Torino ucciso all’angolo di una strada, quella della cosiddetta sbrigativa efficienza commerciale, ma ogni romanticismo – specie in tema di libri – è fuori luogo. Muoiono le librerie e non deve poi andare a morire il Salone? C’era tutta un’estetica, una speciale sensibilità, intorno a quel Salone atteso forse più dal pubblico che dagli specialisti. C’erano dei segnali d’inarrivabile eleganza, come il fiore di carta all’occhiello, il blasone di Ernesto Ferrero; e poi i rituali di sempre, le presentazioni, e i doveri di paroliberismo puro generati dalla pur sempre viva fame della letteratura. Peccato ammazzarlo. Era giusto che restasse a Torino perché era nato lì. In una città assai civile. Punto.

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