Fronte del porto alla fermata Termini

Ebbe a trasformarsi, ieri, la banchina della Fermata Termini, in metropolitana, nel fronte del porto di chissà quale grande mare. Ebbe a esplodere in petto – come un presagio, nel respiro di lui che stava ad aspettare – il ticchettio degli orologi, tutti insieme, nel tempo che corre senza mai tornare. Lei, da tutt’altra parte, ebbe ad andarsene verso i camminamenti e le scale mobili.
Fronte del porto alla fermata Termini

Ebbe a trasformarsi, ieri, la banchina della Fermata Termini, in metropolitana, nel fronte del porto di chissà quale grande mare. Ebbe a esplodere in petto – come un presagio, nel respiro di lui che stava ad aspettare – il ticchettio degli orologi, tutti insieme, nel tempo che corre senza mai tornare. Lei, da tutt’altra parte, ebbe ad andarsene verso i camminamenti e le scale mobili. Lui, costrettosi alla sosta, nel frattempo che i convogli diventavano navi, ebbe ad attendere la svolta del destino. Lei, invece, no. Lei ebbe a dimenticarla quella svolta. Se ne sparì via, come nel fronte del porto di chissà quale mare grande e lasciò lui che ebbe a dividere mezzo sigaro con Corto Maltese. Un lacrima ebbe a scivolare tra le sue palpebre rugose. E, interrogato a tal proposito da Corto – “perché questo pianto?” – così lui, col petto preso da tutti gli orologi, rispose: “Sogno sempre Port Said”.

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