I lunedì di maggio

I lunedì di maggio – come ieri – sono ladri dei segreti più intimi. I finestrini della metropolitana, in galleria, diventano specchi. Si può frenare la lingua – nessuno osa chiamare al telefono chi ancora s’attarda sotto la doccia, a casa – ma i pensieri in petto, no. I pensieri sbattono sul vetro e
I lunedì di maggio – come ieri – sono ladri dei segreti più intimi. I finestrini della metropolitana, in galleria, diventano specchi. Si può frenare la lingua – nessuno osa chiamare al telefono chi ancora s’attarda sotto la doccia, a casa – ma i pensieri in petto, no. I pensieri sbattono sul vetro e tornano addosso ai pendolari come immagini vive: le intenzioni e le fantasticherie dei derubati dei lunedì – come ieri – di maggio, nel fuoco d’amore. Nell’ombra cupa dello sferragliare nelle gallerie – quella che l’assenza sciupa – ogni lunedì, come ieri, ruba l’ebbrezza del “vecchio errore”. Ci vuole maggio, infatti, per capire la canzone di Paolo Conte. Il vecchio errore, pagato con un soldo di verità è quello che se ne sta sempre lì – come una croce fra i binari – a fermare la corsa e dunque il batticuore. Ed era di maggio quando Giacomo Leopardi vide la Luna in cielo. Un lunedì di maggio – come ieri – quand’ella, Lanterna in cielo, chiese al poeta di specchiarsi in lei. E disse: non è possibile amare l’amore senza un errore.

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