La bellezza femminile e sfuggente nel Gabbiano di Cechov

La bellezza nel quotidiano si affina. Ed è un lievito la bellezza. E’ qualcosa che cresce. Nella donna, poi, la bellezza è l’incedere delle stagioni. Gli autunni sono sempre più struggenti e gli inverni – diafani – incontrano nella donna quei fremiti dove ogni gelo è brace
La bellezza femminile e sfuggente nel Gabbiano di Cechov

La bellezza nel quotidiano si affina. Ed è un lievito la bellezza. E’ qualcosa che cresce. Nella donna, poi, la bellezza è l’incedere delle stagioni. Gli autunni sono sempre più struggenti e gli inverni – diafani – incontrano nella donna quei fremiti dove ogni gelo è brace e ogni frusta di vento è gioia per l’inattesa primavera che si rinnova nel sole sempre più alto dell’esistenza. Provoca come l’acquolina, in libreria, la presenza del libro di Ilaria Occhini “La bellezza quotidiana” (Rizzoli).

 

Non c’è neppure bisogno di immaginarla nel 1969, nel “Gabbiano” di Cechov con la regia di Orazio Costa. Già sembra vederla, anzi: già si sente la sua voce, il tocco del tono, il soffio bellissimo della bellezza che, scena dopo scena, forgia il quotidiano. E’ il crescente, la bellezza. Germoglia e fruttifica nel tempo. Ed è bellissima Ilaria Occhini. Cammina e la città – nel fuori scena del traffico, del via vai dei passanti e dei giorni che passano – applaude procurandosi mani e braccia dai gabbiani in volo su Largo di Torre Argentina. E ancora con le note di regia di Orazio Costa.

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