Se gridare al razzismo ci fa sentire bene

“L'America è razzista?”, dalle pagine del Wall Street Journal, Shelby Steele cerca di dare una risposta

Se gridare al razzismo ci fa sentire bene

L’America è razzista?” si chiede dalle pagine del Wall Street Journal Shelby Steele, Senior fellow dell’Hoover Institution di Stanford. “Un tempo, il razzismo significava un’effettiva attuazione del pregiudizio: la quotidiana esecuzione della diseguaglianza di razza ovunque nella sfera pubblica e privata. Il razzismo era una tirannia e un’oppressione che disumanizzava, quindi animalizzava, l’altro. Era una malignità sociale, e tuttavia sorreggeva l’autorità del diritto naturale, come se Dio stesso l’avesse spassionatamente ordinato.

 

Gli americani, oggi, sanno che il razzismo attivo non è più la maggiore barriera all’avanzamento dei neri e delle minoranze. Sin dagli anni Sessanta è stato soppiantato da altre patologie, anche se originariamente create dal razzismo. E’ da decenni che l’America – con grande e sincero rimorso – ha smesso di praticare il razzismo e ha coltivato una ferma intolleranza per ciò che un tempo tollerava. Gli americani, però, non ci credono davvero: gli sembra troppo autoassolutorio. Parlare di razzismo ‘strutturale’ e ‘sistemico’ induce le persone a credere che sia inesorabile e inevitabile. Quindi anche se il pregiudizio e la discriminazione hanno perso gran parte della propria pericolosità, gli americani desiderano comunque sapere se siamo o meno un popolo razzista. Ma cos’è che rende il razzismo tanto attraente? Oggi, fortifica.

 

Il razzismo, un tempo, era solo razzismo: un terribile pregiudizio con cui la gente, comunque, imparava a convivere come un male, se non necessario, quanto meno inevitabile. Ma il movimento dei diritti civili, insieme a quelli indipendentisti in giro per il mondo, ha cambiato tutto. Gli anni Sessanta hanno riportato il razzismo nella coscienza nazionale come un peccato incontrovertibile, il peggiore di tutti i mali sociali. E dunque oggi vi è attrazione, per le notizie di razzismo, perché danno il via alla caccia all’innocenza e al potere. Il razzismo e il pregiudizio, generalmente, sono i grandi motori d’azione del moderno liberalismo americano.

 

L’identità liberale necessita del razzismo, per non perdere l’innocenza e il potere da esso derivati. Il grande problema dei conservatori è che mancano della scioltezza morale per competere con l’‘innocenza’ del liberalismo. Oggi, però, ci sono segnali di quella che ho denominato la ‘fatica razziale’. La gente sta diventando apertamente cinica nei confronti della severità morale della sinistra nei confronti del razzismo. Si aggiunga a ciò il monumentale fallimento del liberalismo nel raggiungere anche solo lontanamente le sue bellissime utopie, e i contorni del nuovo mandato dei conservatori si delineano più chiaramente. L’idealismo era la cifra politica della sinistra, il realismo non dovrebbe essere quella della destra?”.

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Commenti all'articolo

  • perturbabile

    02 Ottobre 2017 - 13:01

    Un americano colto dal dubbio potrebbe chiedersi: sono io razzista? Ci sono nel mio Paese istituzioni razziste che io possa influenzare? In caso di due 'no', dovrebbe scomplessarsi e finirla lì.

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  • luigi.desa

    02 Ottobre 2017 - 11:11

    In America non c'è più il razzismo di una volta ma solo la consapevolezza rasserenante di essere diversi e vaja con diòs.

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