Cara infelicità

Catalogo breve di infanzie sciagurate e preziose. Figli saggi che crescono genitori incapaci

Cara infelicità

"La separazione" di Edvard Munch

Stanza di uno studio legale qualsiasi, inizio di una causa di separazione. Lei ha quarant’anni, il viso un po’ troppo segnato. Dispiacere molto misurato, da infedeltà datata. Non è collera appuntita da tradimento recente, quindi tutto bene (per gli avvocati).

 

Una bambina di cinque anni molto educata, la figlia, s’accomoda da sola all’ingresso. “Vai all’asilo?” – chiedo prima di entrare nella stanza. “Sì. Domani mi viene a prendere papà”. Sorriso lieve, le è caduto un incisivo da latte, infila la punta della lingua nella fessura. Poi piega una barbie in due, la rimette nello zaino e chiude le cerniere con un paio di gesti preoccupanti: esatti e veloci – diresti che è capace di farsi una valigia in cinque minuti– e si appoggia allo schienale del divano. Non gira la testa per guardarsi intorno. Come una vecchia stanca.

 

Più o meno a questo punto, davanti a un bambino triste, t’illumina la stupida domanda che non puoi fare a nessuno: un odio a distanza tra genitori è migliore di una famiglia che litiga? Quelli che si separano rispondono di sì, bisogna andarsene, se si sta male. Come se non fosse dipeso da loro diventare odiosi a casa propria.

 

Insomma, concludiamo. Ogni separazione dice questo: non puoi chiedere a te stesso di essere una persona migliore in nome dei figli, è inutile, non ce la fai.

 

Freud. Storia di una famiglia felice

 

Pare che una gran parte della fortuna di essere una brava persona stia nell’aver avuto genitori che si volevano bene. Famiglia disastrata? Spiace per te, sei già sull’orlo del precipizio emotivo, ti dovrai curare. Consecutio della psicoanalisi, inutile opporsi, perché sono tutti d’accordo. Specialmente Freud.

 

Il demonio è nei dettagli d’infanzia un po’ per tutti, quindi ricorderemo un episodio significativo del passato anche per lui, il nostro scienziato preferito. Al piccolo Sigismund era toccata in sorte una famiglia amorevolissima. Un bel giorno la sorella iniziò a suonare il pianoforte e il nostro Freud, già brillante promessa a scuola elementare, prese a lagnarsi per il rumore. “Non riesco a studiare!”, faceva alla madre. Dopo una breve riunione a tavola, alla sorella vengono vietate altre lezioni di musica.

 

Eccola, una famiglia felice. Una famiglia felice è quella che pensa ai figli (soprattutto a uno). La famiglia felice la riconosci perché genera luminari (le famiglie sciagurate invece producono artisti, ma quello è un altro discorso, pure pericoloso, per carità).

 

L’ottimismo cosmico di Tolstoj

 

Al supermercato della famiglia infelice invece l’offerta è illimitata. La famiglia infelice non s’accontenta di essere infelice a modo suo, un modo solo. Per niente. Puoi avere pure tre infelicità al prezzo di una.

 

Le storie di disamore non finiscono mai: possono capitarti genitori che non si amano proprio, genitori che si amano a tratti, genitori che si amano troppo quindi si scordano che è meglio non rompersi i piatti in testa davanti ai figli prima di fare pace (sì, i bambini sono di gomma, ma nel senso che poi gli fate tremare le ginocchia tutta la notte), genitori bravini per intervalla insaniae, però ogni sei mesi torna la depressione e addio. Genitori con l’amore mal distribuito: uno sì ma uno no. Genitori che si tradiscono – pure quello, sempre uno sì e uno no. Genitori che era meglio lasciarsi ma ormai è tardi; genitori che non hanno i soldi, per lasciarsi. Genitori distratti, genitori assenti, genitori che a crescere i figli si annoiavano, genitori che ai figli hanno detto “cretino” più volte di “come stai?”. Genitori insomma a cui nessuna commissione di buona genitorialità avrebbe dato uno straccio di patente nemmeno per avere un cane.

 

Quello che capisci da piccolo, quando sei figlio di una famiglia infelice, è che i genitori del vicino sembrano sempre meno verdi (di rabbia) dei tuoi.

 

Il figlio-artificiere

 

Mettiamoci dalla parte del bambino con i genitori stufi, incapaci, o un’altra parola per dirlo. Se sei furbo, ti voti a un sano isolamento. Cercherai gli amici, i libri, altri modi per scappare (mentalmente) di casa. Diventerai un egoista di prima categoria. Complimenti: sei in salvo.

 

Se ti va male, comincerai a sentirti protagonista della serenità in ogni stanza della casa. E’ vero che i bambini trovano più insopportabili le lacrime degli adulti che le proprie. Peggio ancora quando capiscono che possono fare qualcosa, contro quelle lacrime. E’ il primo mestiere che imparano alcuni, quello del paciere. Un minuscolo diplomatico s’aggira per i corridoi cercando di intuire che umore hanno mamma e papà.

 

Diciamo sempre che i nomi sono importanti. Allora non chiamiamola più infanzia infelice. Chiamiamoli “figli che si sono incaricati di crescere i genitori”, come quelli che a scuola erano costretti a saltare (malvolentieri) un paio di classi perché erano bravi, e pace all’anima di Freud. Era il figlio di una bella famiglia, Freud, un bambino felice. Che ne sanno, i bambini felici.

 

Ester Viola è scrittrice e avvocato

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi