Il figlio

A proposito di Marta, e del mondo che non so

L'ultimo libro di Pierluigi Battista è un diario, un catalogo, un racconto che tende un filo fra due mondi, quello dei padri e quello dei figli

A proposito di Marta, e del mondo che non so

Foto di Дмитрий Проценко via Flickr

Marta ha vent’anni e va incontro al futuro. Suo padre la osserva, allo stesso tempo escluso e incantato, ammira la naturalezza con cui lei si muove nel mondo, tra biciclette, navigatori satellitari, cibo sano e erboristerie (“Sono sicuro che mia figlia dirà orgogliosamente ai suoi nipoti: sono cresciuta nell’epoca dell’erboristeria”) e si sente goffo, si sente un rudere, ma anche fortunato per poter sfiorare e interrogare questa distanza, piena di tutta la forza della giovinezza, che lo prende in giro e però gli vuole bene: lei totalmente a suo agio nell’Apple Store a forma di cubo trasparente a New York, fra iPod nani, cavi, cavetti e hard disk esterni, lui con il mal di testa che decide di aspettarla fuori, tremando sull’asfalto ghiacciato e sognando una libreria. “Mi sentivo tagliato fuori, pur cercando di decifrare un alfabeto che non era il mio, un codice che mi era estraneo. Quanti secoli ci dividevano?”. Quasi quarant’anni, e Pierluigi Battista, nato a metà degli anni Cinquanta, ricorda la macchina da cucire Singer di sua madre, che Marta forse ha visto in qualche bottega vintage, le caramelle Charms, la vecchia Cinquecento e anche il videoregistratore che lui ha imparato a usare solo quando stava ormai per scomparire. Ma loro due, padre e figlia, hanno fatto in tempo a vedere e rivedere insieme Dumbo, perché i mondi sempre in qualche modo, anche comico, si toccano, e il padre che regala trepidante e entusiasta a sua figlia Espiazione, di Ian McEwan, per offrirle un po’ di quello che sa e di quello che ama, si vede rispondere con ironia: “Grazie del pensiero, papi”, perché lei gli sta mostrando lo stesso libro, ma stropicciato, è già arrivata a metà, ci ha pensato da sola.

 

E il padre dal suo vecchio mondo fatto di carta, libri e giornali e un’orgia entusiasta di medicine (mentre lei si cura la tosse con la bava di lumaca), le invidia la fortuna di tenere tutta la musica del mondo in un aggeggio piccolissimo, vorrebbe che ammettesse i suoi privilegi, ma non osa nemmeno dirle che nel mondo antico il suo idolo resterà per sempre Stardi del libro Cuore, che con i pugni alle tempie cerca il riscatto, e tutti i soldi li spende dal libraio. Oppure Bernard Malamud, Carlo Fruttero, e chiunque abbia il senso di una cosa preziosa conquistata con fatica, attraverso la conoscenza, e anche attraverso un’idea di umanesimo che forse non basta più a raccontare il mondo.

 

In questo libro (A proposito di Marta, Mondadori) che è un diario, un catalogo, un racconto che tende un filo fra i due mondi, finalmente c’è un padre che dice: noi restiamo qui, ma voi andate pure avanti, diteci com’è, che vista si gode da lassù. E se sua figlia e i suoi amici non degnano di uno sguardo i giornali, pazienza. E se padre e figlia litigano perché lui odia le piste ciclabili e lei in ogni città cerca un centro di bike sharing, è lui che si mette in discussione, che è disposto a sbriciolare le sue convinzioni, o almeno a comprare le lampadine a basso contenuto energetico, a essere un po’ più delicato: papà, non lasciare tutto in disordine, questo pianeta non è un albergo. Lui non si è mai interessato alla natura, ha sempre avuto in mente l’uomo, la cultura, la civiltà, lei ama gli animali più degli uomini e si preoccupa del global warming. “Invidio molto chi, della mia età, in questo campo ha delle certezze inscalfibili, e anche io per istinto vorrei legare mia figlia a una sedia e dirle: apri questo libro, impara chi era Danton, cerca di capire il significato dell’incoronazione di Carlo Magno. Ma sento che in queste certezze agisce l’automatismo difensivo di chi sente che il mondo va da un’altra parte e considera inaccettabile una ferita dolorosa al proprio narcisismo anagrafico, al proprio senso di superiorità, alla propria centralità”. Ecco, Battista rinuncia con autoironia alla propria centralità, fa un passo di lato, vuole davvero sapere che cosa pensa questa ragazza meravigliosa, per cosa si commuove, che cosa ama, e non lo fa per dirle: eravamo meglio noi. Non pensa che l’età eroica della sua giovinezza sia stata più lucente di quella di una ragazza nata nel 1992 che non ha avuto bisogno di fare battaglie. Lo fa invece per amore, per stupore, per ironia, per il piacere di dire: ecco le poche cose che ho capito di mia figlia, quello che forse so di lei, e quindi di me. Di lei che ha voluto ostinatamente conoscere Amsterdam, e non sapeva che fosse una delle città preferite di sua madre, per l’hippysmo libertario che ora appartiene anche a Marta: si è trasmesso per vie indecifrabili e continuerà a tenerli uniti, un mondo dopo l’altro.

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