L'isola di Arturo

Ho trentasette anni e non ho figli, sono felice. Ma tra me e mia madre, la coraggiosa sembro io

L'isola di Arturo

"Donna al tramonto del Sole", olio su tela di Caspar David Friedrich (1818)

Non ho figli perché sono felice. Sarebbe bello, se questa risposta fosse contemplata. Eppure no, non è contemplata. Dai trentacinque in poi, se sei donna, e non hai neppure l’ombra di un figlio, devi occuparti anche di questo, di trovare un modo garbato per rispondere a chi s’impiccia delle cose tue. Un modo elegante che non offenda quel dogma sociale antichissimo eppure tutt’oggi intoccabile: che soltanto una madre è una donna completa, appagata. Perché dai trentacinque in poi, se sei donna, e non hai neppure l’ombra di un figlio, devi riuscire a convincere le persone che no, non c’è nulla che non vada, e che questa vita, così come ce l’hai, è probabile che tu l’abbia scelta.

 

Di anni, per esempio, io ne ho trentasette. E va bene che oramai i figli anche a cinquanta (questo devo sentirmi dire!), ma come faccio a spiegare alla gente che in questo momento non sposterei né aggiungerei nulla?

 

Lo spiego così: che sono venuta su un’isola, qualche giorno fa, per scrivere. Sono venuta anche, e soprattutto, perché volevo farmi una vacanza, da sola. Sono venuta a Procida perché qua, nella casa che ho preso in affitto, non c’è la tv, non c’è il wifi, tanto che questo articolo dovrò mandarlo chiedendo a Tarcisio, del bar che sta sotto, la cortesia di prestarmi un po’ di connessione. E mi sveglio quando voglio, e cammino senza sapere dove, e l’altra mattina ho dimenticato a casa tutto, i soldi, i documenti, il telefono, e mi sono detta che tanto, che problema c’è. Sono venuta su un’isola a fare una vacanza da sola. Che è una mossa ridondante, in fondo: su un’isola, da sola. E questa è un’isola piccola, pure, e forse a Napoli ci si potrebbe arrivare anche a nuoto, con un po’ di coraggio e qualche muscolo, se non fosse che io è qua che voglio stare. Io, le vie di fuga, neppure voglio sapere dove stanno. Abito in queste giornate lentissime, scherzo con la solitudine, sento forte il rumore che fa il cibo, mentre lo mastico, faccio le cose con la dimestichezza di chi non ha bisogno, non ha paura. E ieri ho sentito l’urgenza di inviare un messaggio a una mia amica, per dirle soltanto: “Ti auguro un giorno, quando tua figlia sarà grande, di poter partire da sola e di stare dentro così come sto io, in questo momento”. Pure a mia madre, al telefono, ho detto che sono felice. Che qua, io sono schifosamente felice. La mia amica mi ha risposto che sì, sarebbe bello, eppure, quando sentirà di poterlo fare, perché sua figlia sarà sufficientemente grande, il tempo avrà già cambiato la sua frase in sarebbe stato bello.

 

E mia madre? Mia madre ha quella gioia pulita delle madri quando sanno che i figli stanno bene, me la fa capire con la voce, con qualche vezzeggiativo di troppo, eppure lei non lo avrebbe mai fatto, un viaggio da sola, e sappiamo entrambe che mai lo farà. Nonostante il piglio ribelle, nonostante quel suo muso spericolato, no, “Sai che palle, io da sola!”: questo mi dice mia madre. Perché un tempo, effettivamente, era una cosa da pazzi. Da disadattati. E mi accorgo che mi parla, mia madre, come se fra noi due, fossi io, quella coraggiosa. Lei, due figli tirati su senza un uomo, pensa che sia il mio, il coraggio più difficile: perché è quello che impone di non temere il vuoto, e il silenzio, e il futuro. Mia madre vorrebbe chiedermi, ma non lo fa, come fai a stare così allegra, tutta sola? Sono partita senza nessuno, mamma, per andare in un posto nuovo in cui nessuno conosco. Voglio giocare con i pensieri.

 

Voglio essere quella seduta al tavolo del ristorante che mangia, finalmente, senza curarsi di chi di lei starà pensando poverina, la donna, da sola a cena. Poverina un corno. Perché sarebbe un mondo proprio bello, quello in cui delle aspettative degli altri chi se ne importa. Non dovrei sentirmi in colpa, per esempio, di essere incredibilmente felice per le pance delle mie amiche, per i loro figli belli, ma di non avere l’impulso di desiderare quella stessa cosa. Di voler diventare quella stessa cosa. Non ho figli perché sono felice. Adesso, sono felice. Conosco un mucchio di donne che disperatamente vogliono un figlio. E un mucchio di donne che vogliono un figlio perché sono disperate. Conosco un mucchio di coppie che usano i figli, per non lasciarsi, e un mucchio di figli tristi, che succhiano l’infelicità dei genitori e con quella dentro crescono.

 

A me, che ho trentasette anni, lasciatemi libera, per piacere, di non dovervi convincere del fatto che si possa vivere soddisfatti pure senza il progetto imminente di una gravidanza. Lasciatemi libera, vi prego, di non dovervi convincere del fatto che una vacanza da soli possa essere la più bella mai fatta. Lasciatemi, vi chiedo, la libertà benedetta di non aspettarmi dalla vita più di quello che di meraviglioso già ho. E non si tratta di non volere figli: si tratta solo di stare a guardare quello che sarà. Ma con il cuore intatto.

 

l'ultimo romanzo di Valentina Farinaccio è “La strada del ritorno è sempre più corta” (Mondadori)

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Commenti all'articolo

  • agostinomanzi

    30 Settembre 2017 - 07:07

    A dedurre il valire del libro dal brano, potremmo già metterlo nello scaffale dei libri inutili. Scrivere una pagina per rivendicare contro "non si sa bene chi" l' ovvio, ciò che ognuno sta bene come meglio crede, mi sembra un esercizio di ombelicazione della vita. Sì rilassi e lasci stare la mamma.

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