Padri irrilevanti

Odio la lavagna luminosa, Inside Out e i tutor su Youtube per i gavettoni

Padri irrilevanti

La testimonianza del padre è irrilevante. Me lo dico mentre salgo le scale verso il primo piano della scuola primaria dove educano mia figlia, sbattendo contro i corpi degli altri genitori, nell’immensa migrazione che fa tutta la pedagogia contemporanea. La fiumana verrà stipata nelle aule, compressa in un angolo, di faccia ai bimbi coreuti, che canteranno con lievi stonature Feliz Navidad, tremuli per l’emozione, investiti da schermi di smartphone e tablet, le maestre riattate a direttrici d’orchestra, prima del buffet a base di torte non di pasticceria ma di supermercato, perché così vuole la Asl, dalle pasticcerie o da casa potrebbero penetrare nei visceri dei pargoli i vibrioni, le salmonellosi. I genitori discettano delle predilezioni dei figlioletti, ogni figlio è un prodigio, una sorpresa, un incanto. Si deve assistere al saggio stando a lato della Lim, la lavagna interattiva multimediale, che ha sostituito quella vecchia in 3D e in grafite. Il gesso non c’è più: questo è il progresso. Dalla Lim irradia un Rovazzi, i cuccioli assimilano da Youtube e tornano a casa tutti trapper, tutti Dark Polo Gang. Adesso, però, tornano a essere quello che deve essere un bambino: un’anima iridescente a cui vibra il gorgheggio per la paura dell’esibizione.

 

I genitori registrano, gli schermi dei device sono retroilluminati, il 2.0 trasforma le persone e le cose. Sono all’ennesimo saggio della scuola primaria e segretamente la odio. Odio l’intero sistema scolastico e l’interezza dell’epoca in cui io invecchio e mia figlia si forma. Mi pare tutto un crollo, un abisso. Alle soglie della quarta elementare, sono in pochi i figli che sanno leggere l’orologio. Si sorbiscono tutti lo stress da test Invalsi. Il girone delle primarie è infernale. Imparano l’alfabeto grazie a una creatura semidisneyana, un pesciolino che introduce le lettere. Pare di vivere nella Melavisione, che rese tutti un po’ più scemi e irrealisti. Vige il terrore del trauma: i bambini non vanno stancati, non vanno sottoposti al regime naturale delle regole e del principio di realtà, tutto è un urto e una violenza. “Le braccia della madre sono fatte di tenerezza” scriveva Victor Hugo. Adesso la tenerezza si allarga ai pixel, all’esperienza anestetica del tablet in pizzeria: perché il bimbo non rompa col pianto e la noia, gli si piazza davanti alla faccia un Angry Birds. Padri e madri hanno dimenticato che esistono le scarpe con le stringhe, si acquistano solo quelle col velcro, un decenne oggi a stento è in grado di allacciarsi le sneakers. Il pensiero dei bambini passa attraverso le mani, ma oggi le mani non toccano la sabbia e il fango ai giardinetti (si rischiano malattie tropicali, il dengue è a portata di parchetto) e perfino il Lego non è più composto da mattoncini generici con cui inventare forme (bisogna essere ingegneri, per giocare al lego specialistico oggidì). In classe, nella macrotelevisione connessa che è la Lim, non imparano nulla sulle emozioni, perché guardano Inside Out, blockbuster di animazione Pixar, in cui le emozioni sono ridotte a cinque. E’ lo tsunami dell’età accelerata tecnologicamente, una mutazione antropologica che si sviluppa sotto i nostri occhi di genitori digitali, i partecipanti alla teoria infinita dei saggi di musica, di canto, di danza. Mutano le afferenze cerebrali, si sviluppano altri istinti, vince tutto ciò che è schermo, illuminazione.

 

Soltanto l’altro giorno la piccola è tornata a casa un poco bagnata, dichiarando di avere giocato coi gavettoni, ma spegnendo all’istante ogni mio entusiasmo perché, per giocare coi palloncini gonfi di acqua, lei e i suoi amichetti hanno consultato un tutor su YouTube: un video che ti insegna a fare un gavettone. A dieci anni non girano da soli: ci sono pedofili ovunque. Non sanno i nomi delle strade di quartiere. Non sono in grado di spendere, perché non hanno contezza degli euro. Tantomeno sono in grado di rubare al supermercato o all’edicola. E’ una rivoluzione istantanea. I padri e le madri mimano le parole che i propri figli devono cantare. Sono felici? I bambini sono felici? Torbido e pericoloso è il presente. Io testimonio, padre irrilevante, la trasformazione. Ecco, la natività è felice: sono nati gli algoritmi. Defluiamo fuori dalla classe, respiriamo ossigeno caldo al di fuori degli effluvi di sudore che impestavano l’aula. Siamo genitori dispersi. Il tempo è maggiorenne e noi siamo i disabilitati. Il complesso di Edipo è diventato il complesso di “E dopo?”. Accompagneremo il figlio dell’uomo, la nostra croce e delizia, i nostri Alex&co, la nostra correità con l’epoca. Noi genitori saremo rinnovati.

 

di Giuseppe Genna è appena uscito “History” (Mondadori)

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