La scuola di Città del Messico e quelle vite che non sono la nostra

Le madri con la sabbia negli occhi, via dal mondo dei vivi, e la continua domanda: e io?

Annalena Benini

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La scuola di Città del Messico e quelle vite che non sono la nostra

E’ appena uscito nei super Et di Einaudi il Diario di Anna Frank in forma di graphic novel. A cura di Ari Folman, sceneggiatore e regista, e David Polonski, illustratore. Pagine 150, euro 15

La scuola è crollata sopra le penne, gli zaini e gli astucci nuovi, a Città del Messico. I primi giorni sono così, i quaderni non bastano mai e nessuno riesce a trovare il temperino dell’anno scorso, bisogna sempre ricomprarlo, anzi ricomprarne dieci, perché poi mamma se mi chiedono di prestare il temperino io lo presto. E certo che lo presti. Ma se non me lo ridanno tu dici che perdo tutto. Molte mamme più ostinate di me attaccano sui temperini e sulle penne e sulle matite colorate delle piccole etichette bianche con il nome dei loro bambini. “Per non fare confusione”, dicono. Hanno ragione, prima o poi, forse mai, la farò anche io. Ma adesso penso a tutti quei temperini con il nome, nelle macerie della scuola, al sabato pomeriggio passato a preparare quello che serve: scrivi il nome sul diario e scrivi il mio numero di telefono in caso di emergenza. L’emergenza dovrebbe essere che sei caduto in cortile e ti sei fatto male al ginocchio, che hai la febbre a trentasette e otto, che ti viene da vomitare. Invece l’emergenza in Messico sono gli edifici che si sbriciolano, e i numeri di telefono non servono a nulla perché nessuno può telefonare. L’emergenza ha ucciso centinaia di persone e fatto crollare una grande scuola addosso ai suoi bambini, pochi minuti prima che suonasse la campanella, pochi minuti prima di andare tutti via. Quando è accaduto ad Amatrice e nei paesi intorno, e abbiamo visto la scuola crollare, ci ha consolato il pensiero che i bambini non fossero lì. Adesso che le madri stanno in mezzo alle pietre con le mascherina sul naso e sulla bocca, e hanno gli occhi accesi di terrore, deformati dall’angoscia, mentre aspettano notizie dei loro figli là sotto, adesso sappiamo che non solo le bombe non hanno rispetto per i bambini seduti ai banchi di scuola.

 

C’è un secondo in cui va tutto bene, poi c’è un milionesimo di secondo in cui si sente che qualcosa di enorme sta arrivando, e quel milionesimo di secondo non può bastare a mettersi in salvo. Da mercoledì scorso ci sono bambini intrappolati nella scuola, cadaveri estratti dalle macerie, e ragazzini che piangono disperati, terrorizzati mentre vengono portati via, ma sono vivissimi e qualcuno li riabbraccerà. Si sente anche, nel silenzio che c’è durante le operazioni di soccorso, l’urlo di gioia di una madre che ha ritrovato suo figlio, e però ha paura di esultare perché intorno ci sono le altre, in attesa. Che hanno scavato con le mani, che hanno giurato di sentire il pianto dei figli, qualcuno ha detto: ho visto le dita!, e che cosa c’è di più crudele di questa speranza che si assottiglia e delle buone notizie che riguardano gli altri? Ma ecco il pugno del silenzio, il gesto che compiono i soccorritori per chiedere a tutti di tacere, forse c’è un segnale di vita là sotto. Mi è venuto in mente, mentre guardavo i volti impietriti di quelle madri con la sabbia negli occhi, lontanissime dal mondo dei vivi, un libro di Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia, in cui lo tsunami che ha devastato lo Sri Lanka nel 2004 ha soltanto sfiorato lui e la sua famiglia, che era lì in vacanza. Invece Delphine ha perso per sempre Juliette, la sua bambina di quattro anni, e Juliette pochi giorni prima giocava con altri bambini che adesso sono vivi: poche sere prima sua madre le sistemava i peluche intorno al letto, le rimboccava le coperte, e adesso può solo cercare il suo corpo negli ospedali lì intorno. Fino alla fine della sua vita i peluche, i mobili, i ritornelli del carillon le strazieranno il cuore.

 

Tutti pensiamo, davanti alle immagini della scuola Enrique Rebsamen di Città del Messico, e abbiamo pensato ad Amatrice, e pensiamo ogni volta che accade qualcosa che non ha rimedio: e io? Se succede a me? Come è possibile che quella donna stringa ancora a sé suo figlio vivo mentre la mia bambina non parlerà mai più?, come non odiare tutti i bambini del mondo con i loro genitori, tutti i sopravvissuti, “come non pregare: mio Dio, fai un miracolo, rendimi la mia, prendile il suo, fai che sia lei a provare il male che provo io e io a essere come lei triste di quella tristezza confortevole e munifica che aiuta soltanto ad assaporare meglio la propria fortuna?”, ha scritto Carrère, che davanti alla madre di Juliette aveva la certezza consolante e perturbante che quel dolore non fosse il proprio. “Eravamo vicini a quest’uomo e a questa donna cui era appena capitato ciò che di peggio al mondo possa capitare, e a noi niente”. Il bambino che a Città del Messico mercoledì non è andato a scuola, quelli che hanno scavalcato il muro e sono usciti fuori, la bambina di sette anni che è stata estratta viva dalle macerie mercoledì sera, tutti i bambini salvati, incolumi, nemmeno sfiorati. Si può soltanto stare uno accanto all’altro, aspettare ancora. Prendere addosso l’ondata di dolore, tenere le mascherine sulla faccia, stare zitti, aiutare. Sapere, anche, che non finirà mai. Perché gli zaini, i temperini, le penne, i bambini che escono da scuola correndo, tutto per sempre riporterà qui, sotto le macerie.

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