Non ho mai capito Riccardo Cocciante

Ma ora il futuro ha cambiato la domenica mattina

Non ho mai capito Riccardo Cocciante

Riccardo Cocciante (foto LaPresse)

Mai capito quelli come Riccardo Cocciante. Quadro della situazione: è domenica mattina, e costui, come sanno tutti, è un poeta, infatti zigzaga nella verzura biciclettando senza fretta, tra i capelli ha un po’ di brina (data l’ubertosità del vello io ho sempre immaginato un effetto neve spray, altro che “una goccia”) e accanto a lui pedala una ragazza col volto imporporato da un’inevitabile couperose; la poveretta è a corto di fiato (“fai un fumetto / respiraaando”), però Cocciante non ci bada e tira dritto: sente che se ne sta innamorando. Essendo un poeta, è sicuro di vederle negli occhi un “entusiasmo ragazzino”, perciò, imbrigato dai lacci dell’amore, invasato dall’angelicata ciclo-visione, soggiogato da tutto questo stilnovismo della domenica, le propone – coi diminutivi e i vezzeggiativi del rimator cortese – un panino in un baretto. Lei acconsente. A quel punto lui strafà: dichiara di amarla nel momento in cui lei si sta soffiando il naso, ma la sua impavida immaginazione scappa perfino più avanti, e lo porta a figurarsi una casa, un bambino, e a concludere – lei si sta riavendo grazie a un Camogli – che il futuro è nato in quel momento, davanti alla Beatrice masticante.

 

Mai capito quelli come Riccardo Cocciante, ma si sa, i poeti vanno veloce, io sono portato per la prosa, non amo andare in bici, la domenica mattina mi piace leggere a letto, in una fidanzata ho sempre visto solo una fidanzata e mai una madre (né la mia, né altrui, ma soprattutto mai la madre che la fidanzata avrebbe potuto essere) e molto raramente il futuro mi ha sedotto con l’idillio di plausibili tentazioni di riproduzione. Per carità, ho vissuto grandi esplosioni passionali, sono stato in balia di rincretinite beatitudini e di sragionamenti melliti, ma nessuna pedalata di coppia mi ha mai portato a immaginare casa, famiglia e station wagon. Tutto il contrario: di volta in volta, mi elencavo sempre – io, il prosatore – le ragioni per non farlo, un figlio, le ragioni per tirare avanti, per tirarla lunga, per procrastinare; tanto, mi dicevo, a differenza dei soldi, il tempo c’è eccome. E in quel tempo che c’era eccome, in quel futuro indeterminato, mi immaginavo portare a compimento tutto quel che mi interessava di più e che valeva per davvero, enumeravo le cose da fare e da non perdermi per nulla al mondo, perché poi, sennò – lo leggevo sempre, lo confermavano i sapientoni, lo dicevano tutti i paolicrepet – gli farai pagare per sempre quella mancata realizzazione, a quel figlio che pensavo sempre meno di realizzare. A mio modo ero un responsabile. Ma procediamo con l’elenco delle cose che avrei fatto nel futuro: 1) ciondolare a Parigi tre mesi, 2) bighellonare a New York tre anni, 3) vagabondare in Messico scrivendo sceneggiature per telenovelas, 4) fare almeno un match di boxe da dilettante, 5) continuare a fare epiche cene in terrazza con gli amici, 6) scrivere tanti libri.

 

Eccole, le ragioni per tirarla lunga e continuare a vivere così, in un indeterminato futuro radioso senza scadenze deludenti e perentorie, senza prove e senza sconfitte, solo la vittoria di una terrazza (un poggiolo, e non a Long Island) dove sentirsi sempre padrone di qualcosa. Poi, una mattina, mi sono accorto che il tempo era finito. Non so come, ma d’un tratto mi ha preso un tragico senso grandegatsbyano di vacuità, di aver fatto tutte le cene, di essermi inventato troppe terrazze, di aver speso il tempo che in realtà non c’era, di aver vagheggiato tutte le New York impossibili e di aver stupidamente promesso qualcosa solo a quelle, di averle esplorate in lungo e in largo in una riga di sole sul soffitto di una pennichella estiva, tutto un io nauseabondo e in pausa perpetua dalle cose – la certezza di aver rimandato tutto solo per essere sicuro di non sbagliare niente, di essermi affidato ai desideri e mai alla volontà. Così mi son sentito stupido davanti alla parata di tutti gli alibi che ho chiamato ragioni, cieco per aver visto in una fidanzata solo una fidanzata, ottuso per essere stato un poseur vaniloquente e astratto fino alla nausea (“vivere è tragedia, e allora che fai? ti riproduci?”), e ora lo confesso, non ho mai capito quelli come Cocciante, ma per una ragione: lui non era un complessato come me.

 

Finché, quella stessa canzone, l’ho sentita un paio di giorni fa in auto. Dopo aver consegnato le chiavi di una casa che stavo lasciando, mentre guidavo senza fretta, la domenica mattina, verso una nuova, più grande, che avrei occupato. O meglio, che avremmo occupato: io, lei, e al momento non so chi altri, ma qualcuno ci sarà, vogliamo che ci sarà. Questo qualcuno che ci sarà e ancora non c’è, ha già fatto di me un uomo, un uomo che si sente in pace perché ha chiuso con le grandi capitali dell’adolescenza eterna e ha aperto alla vita vera, cioè all’accettare di essere vivo: gioiosamente in pericolo e con un futuro che parla finalmente al presente.

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Commenti all'articolo

  • roberta.fedele

    22 Settembre 2017 - 09:09

    Una storia parallela e contraria, è pur sempre una storia. E così, con i figli grandi e debitori del prezzo che ho pagato io lascio casa grande e me ne vado a New York a scrivere che i libri che non ho scritto prima.

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  • carlo.trinchi

    19 Settembre 2017 - 21:09

    Meglio tardi che mai. L'importante non fare il nonno.

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