Io parto da sola. L’attimo in cui Anita è diventata grande

Dieci anni, la sua valigia vuota, il mio cuore a Londra 

Io parto da sola. L’attimo in cui Anita è diventata grande

Foto via Maxpixel

Anita, there’s your mom!”, ha strillato una ragazzona scavalcandomi sulle scale, e un attimo dopo ho visto una bambina alzarsi da terra, in mezzo al prato inglese ricoperto da mazze da quidditch improvvisate (si festeggia sempre Harry Potter nel Regno Unito, giorno e notte, tutto l’anno): eccola, mia figlia. Spettinata, con la maglietta più lunga dei pantaloncini, un abbinamento di colori agghiacciante, il naso colorato di verde, mi è corsa incontro, mi è saltata addosso, “sono vestita da mostro”, fatti guardare, e appena ho incrociato il suo sguardo, i miei occhi appannati dalle lacrime e i suoi spalancati e luminosi, ho visto. Non è vero. Sono passate solo due settimane da quando è partita, dev’essere l’emozione, la lontananza, questo caldo insopportabile che a Londra sta bruciando i campi di Wimbledon, come ripetono tutti da quando sono arrivata. Mi sbaglio, ho pensato, le madri guardano sempre le figlie con un occhio innaturale, immaginano, indagano invece di osservare, come se ci fosse in mezzo uno specchio deformante, fatto di proiezioni e di pretese. Eppure: Anita è diversa, ne sono certa. Anita è diventata grande.

   

Da mesi non parlavamo d’altro: la prima vacanza studio all’estero. Lei non vedeva l’ora, contava i giorni, si segnava su un quaderno le cose da portare, quando sentiva che c’erano attentati, roghi, accoltellamenti, mi tormentava: vado lo stesso, vero? Mai un dubbio, un ripensamento, una preoccupazione. Io alla sua età non volevo andare da nessuna parte, piangevo sempre e mia sorella telefonava ai nostri genitori implorandoli di venirmi a prendere, “non la regge più nessuno”, con lei mi sono data un’unica regola: stai zitta. Se parli si capisce che hai l’ansia, si capisce che sei andata a vedere di che materiale è costruito il college londinese per sapere se può prendere fuoco in dieci minuti, si capisce che sei disposta ad annullare tutto, non importa, ci ripensiamo l’anno prossimo. Sono riuscita a tacere anche quando ha chiuso la sua valigia minuscola, tanto non mi servono molti vestiti, ha detto. Tanto li perderai tutti, ho pensato, ma giuro che non ho aperto bocca, ho infilato un pigiama in più e il bigliettino che le lascio quando sono io a partire: “Ti voglio bene, ricordatelo”. All’aeroporto aveva un sorriso enorme, non se l’è mai tolto, nemmeno quando il suo fratellino è crollato – e lo ringrazio, perché le sue lacrime hanno nascosto le mie – e lei lo ha abbracciato: non sei contento che puoi goderti la mamma e il papà da solo? Lui era inconsolabile e lei mi è parsa tutt’a un tratto una bambina con i superpoteri, come fa a non avere il magone? Ha dieci anni, è piccola, mi hanno detto tutti che era azzardato mandarla via a quest’età, e non so quante volte ho ripetuto che io non l’avrei lasciata andare da nessuna parte, è lei che ha voluto, e via discussioni sulla dittatura dei bambini, dovrebbero fare quello che vogliono i genitori, non quello che vogliono loro. E’ che lei era decisa e felice, mentre io non facevo che ripensare a quanto detestavo andare via da sola, al ricordo esatto del senso di abbandono, l’angoscia di piangere di nascosto per non essere presa in giro. E’ che lei è diversa da me, e questa è una verità che le madri fanno fatica ad accettare, perché si portano appresso il loro specchio deformante e si compiacciono nel rivedersi nelle loro creature, senza accorgersi che la meraviglia, e più spesso la fortuna, è proprio che i figli sono diversi, e hanno anche i superpoteri.

   

Anita ha telefonato (videochiamato) ogni sera, dopo la doccia, con i capelli bagnati e ogni volta un asciugamano diverso in testa (mai il suo), mostrava i regali che aveva preso a suo fratello, raccontava l’olimpiade di spelling e che era stata alla “disco night” (ma tu sai cos’è una disco? No, ma ci si diverte), mi ha fatto promettere che a casa potrà bere il latte a pranzo e a cena, mi ha presentato le amiche, mi ha mostrato il braccialetto che le hanno dato quando ha vinto il premio della stanza più ordinata (ha poi confessato che “convinceva” le compagne di stanza a mettere in ordine anche le sue cose, essendo lei di un disordine monumentale, ma non ha mai ammesso che si trattasse di ricatto), e poi devo andare, mi prendono il telefono, se non chiamo è perché non faccio in tempo, non ti preoccupare. Ho sentito la sua voce trillare giorno dopo giorno, mentre altre amiche piangevano e tornavano a casa; ogni sera mi preparavo a una telefonata di lacrime e di sfogo, ma non è mai arrivata. Mi ha accolto con il suo sorriso enorme, mi ha portata a vedere la sua stanza, salutava, chiacchierava, diceva “aspetta torno subito”, scompariva, riappariva, era come a casa sua, soltanto più consapevole e più divertita. Più grande. Non ha speso tutti i suoi soldi, non ha perso il passaporto, non ha pianto, non s’è lamentata e il college non ha preso fuoco. La valigia era già chiusa quando sono entrata nella stanza, e a quel punto mi sono realmente convinta che mi avessero sostituito la figlia con un clone. Poi l’abbiamo aperta ed era mezza vuota, ha perso le felpe, le scarpe, le mutande, il pigiama in più e gli asciugamani. Al loro posto c’erano un tamburo e un annaffiatoio a forma di fenicottero, era una sorpresa per te mamma, ha detto per la prima volta senza il suo sorriso e con un’aria esitante: non ti piace? Ho messo il fenicottero sotto il braccio, andiamo che l’aereo parte e a casa ci aspettano. In quella stanza nella campagna londinese ho dimenticato anche io qualcosa: lo specchio deformante, e non mi sono mai sentita tanto leggera. Anita perde tutto ma è grande, e ha i superpoteri.

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