Mamma devi esserci, ma come se non ci fossi

La cerimonia dei diplomi e l’inutilità di una madre

Mamma devi esserci, ma come se non ci fossi

Foto LaPresse/Sipa Usa

Mia figlia, che l’ultimo anno di liceo l’ha fatto in Canada, ha cominciato più o meno ad aprile a concentrarsi moltissimo sulla scelta dell’abito per il ballo di fine scuola. Perché ci saranno anche gli esami finali, certo, ma prima di tutto (Prima?! le chiedo con molte faccine perplesse in uno dei mille WhatsApp che ci scambiamo ogni giorno) c’è la consegna dei diplomi – quella con la toga, la stretta di mano del Preside, i discorsi ufficiali e il lancio dei cappelli – e soprattutto c’è il ballo. Il mitico prom. La serata con le ragazze in abito lungo e i ragazzi in smoking, il punch analcolico e i piccoli bouquet da polso che abbiamo visto in ogni film e serie televisiva.

  

Prima degli esami finali. Una sequenza che rinuncio a capire quando mia figlia mi annuncia che al ballo è prevista la partecipazione dei genitori (ma nei film non restavano a casa davanti al camino mentre i figli si allontanavano nella notte?) e i suoi WhatsApp diventano un vademecum infinito: devo essere elegantissima ma non in lungo, perché solo le ragazze sono in lungo; non devo parlare con nessuno o comunque pochissimo; non mi è concesso accennare un passo di danza a meno che in pista non siano già presenti almeno altri cinque adulti; devo accuratamente evitare di fare domande personali alle sue amiche tipo Sei fidanzata? o anche solo Ti piace qualcuno?; non posso commentare alcunché, fare facce strane, inciampare, insomma non devo fare nulla che possa anche solo lontanamente metterla in imbarazzo.

 

Devo esserci, certo, esserci assolutamente, ma come se non ci fossi.

E non solo al ballo.

  

La mia invisibile presenza è richiesta anche nelle cinque ore di preparativi precedenti, durante le quali mia figlia e le sue amiche si affannano nella creazione di complesse architetture di piastre e ferri per i capelli, strati di basi per il trucco che nemmeno nel teatro Kabuki, ardue sessioni di microingegneria per applicare le ciglia finte, scelte esistenziali sulle nuance migliori di ombretti, mentre nell’aria che sa di crema per il corpo alla mandorla e shampoo al miele si respira forte il profumo eccitante del futuro, l’università, l’anno sabbatico, il lavoro, gli anni sconosciuti ed emozionanti che le aspettano dopo lo spartiacque di questa festa. 

  

Io sono pronta in tre minuti e per le restanti quattro ore e cinquantasette il massimo che mi viene chiesto sono caffè e bicchieri d’acqua. Perché se provo a rassicurarle – sono tutte tragicamente insoddisfatte del loro fisico, incerte sui tacchi, assolutamente convinte che il vestito dell’altra sia mooolto più bello, follemente eccitate – il massimo che ottengo sono sorrisi vaghi e Tu non capisci. Solo al momento delle foto e per un breve istante la mia presenza trova un senso. Mi piazzano in mano i telefonini e si allineano contro il muro, ma bastano pochi scatti per decretare che non sono in grado di produrre immagini instagrammabili. Non faccio le giuste inquadrature, non le riprendo abbastanza da sotto in su per farle apparire più alte e magre, insomma devo farmi da parte e aspettare mentre da sole, in coppia, tutte insieme, a mò di selfie, in pose da star o fintamente casuali, sorridenti, serie o buffe producono una quantità d’immagini da riempire i loro profili social per sempre e così arriviamo al grande albergo downtown dove avrà luogo il ballo giusto in tempo per la foto di gruppo ufficiale che verrà poi pubblicata sul sito del liceo e sulla cui instagrammabilità mi sentirei di sollevare seri dubbi.

   

Ma almeno non sono più sola. Molti altri padri e madri mi sorridono impacciati (sospetto abbiano ricevuto le mie stesse istruzioni), gonfi d’orgoglio e lucidi d’emozione mentre a tempo debito raggiungiamo uno stanzone moquettato in beige e stipato di tavoli come in un matrimonio di provincia dove voile celesti, tulle bianco, organze rosa, scolli a cuore e all’americana, paillettes e brillantini, trecce e chignon si mescolano a cravatte e cravattini, scarpe nere lucide e ostinati scarponi da ginnastica, creste rigide di gel e frangioni alla Zac Ephron prima maniera e tutti insieme svolazzano e ridono, ridono moltissimo, si mostrano e si confondono, s’instagrammano e si linkano.

   

Nessuno di noi ha il coraggio di entrare. Ci assembriamo sulle porte della sala, li osserviamo.

Per un attimo mi sembra di vedere mia figlia, lontanissima, in uno spumoso conciliabolo di risatine e cellulari.

Sono i nostri figli, ma non sono più i nostri bambini.

Non si volteranno per accertarsi che li stiamo guardando, come prima delle gare di nuoto o dei tiri in porta nelle partite di calcio.

E di colpo mi è chiaro che io e gli altri genitori siamo qui a festeggiare questo: la nostra sopravvenuta inutilità.

Perché nelle loro vite dobbiamo ancora esserci, ma come se non ci fossimo.

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