I genitori sono indesiderati, si prega di sparire e di non telefonare

Il mondo si è capovolto alla scuola di vela: otto anni e una voce piena di peli sul petto

I genitori sono indesiderati, si prega di sparire e di non telefonare

"The dream of horses", illustrazione di Viola Niccolai

L’inverno è passato nel tentativo di eludere i controlli: fingere di esserci non essendoci, dimostrare che sapevamo tutto dei nostri figli, difenderci da un tribunale fatto di madri, insegnanti, vicina di casa che un pomeriggio ha incontrato mia figlia a spasso con il cane e ha notato “qualcosa di diverso nel modo di camminare”, maestro di musica, maestra di equitazione, baby sitter, cugina della baby sitter, ex maestra delle elementari che vuole sapere quanto ho sbagliato, perché ho sbagliato, fino a che punto mi rendo conto di avere sbagliato nella scelta della scuola media, barista che ritiene che la bambina sia troppo magra, e figlia che fa continue video chiamate per chiedere se quel puntino rosso sul pollice destro possa essere un sintomo di malaria. Scusi professoressa, non sono venuta al colloquio con i genitori per un grave problema di lavoro ma le giuro che non sono una madre assente, e controllo il diario ogni giorno e mia figlia e io abbiamo un rapporto fatto di grande complicità, lei mi dice tutto. La parola complicità non l’ho mai amata, immagino subito il tizio che fa il palo mentre l’altro rapina l’ufficio postale, ma adesso devo usarla continuamente per giustificarmi, per dimostrare al mondo che io sono e sarò sempre il palo dei miei figli, e che non c’è niente che io non sappia delle loro infanzie felici, perché siamo tutti complici di questa amorosa rapina dell’indipendenza e della segretezza, e quando lei non mi telefona per comunicarmi che il pollice destro sta andando in cancrena perché adesso oltre al puntino sente come un giramento di testa, io comunque controllo l’orario del suo ultimo accesso a WhatsApp, per sentirmi a posto con la coscienza. Ma all’improvviso, tutto si è capovolto. Si è capovolto per una settimana soltanto, ma in un modo talmente drastico e violento che se adesso mi guardo il pollice mi sembra di avere la malaria.

   

Abbiamo accompagnato i bambini a un campo estivo, una scuola di vela, in campeggio e con le tende, e li abbiamo portati cantando in macchina, pensando ai certificati medici che avevamo dimenticato ma non a quello che ci aspettava: la fine di ogni comunicazione con i nostri figli, un muro altissimo a dividerci, il divieto di parlare con loro e di avere notizie su questa nuova vita separata dal mondo degli adulti apprensivi e colpevoli. La legge opposta a quella dell’iper controllo, ma pur sempre una legge, stabilita e imposta con un sorriso di scherno e di soddisfazione dagli organizzatori del campeggio (per me in ogni caso eroi, e spero che a loro siano arrivati i sensi della mia più servile ammirazione e accettazione di ogni regola): lo sa signora che non può parlare con i suoi figli fino al prossimo giovedì sera, tra le sette e le sette e cinque e per non più di sessanta secondi? Con un sorriso pietrificato sulla faccia ho detto che mi sembrava giustissimo e anzi meraviglioso, ma devo ancora capire perché i genitori vengano sempre trattati, da chi in quel momento detiene il potere e stabilisce il metodo e il sistema, come imbecilli. Forse l’organizzatore si aspettava che mi sarei buttata ai suoi piedi piangendo e chiedendo una deroga, forse gli succede spesso di avere madri aggrappate alle caviglie, ma il mio unico pensiero in quel momento era: la divisione delle tende fra maschi e femmine, in base alla quale mio figlio non aveva nessuna speranza di dormire insieme a sua sorella. Gli tremava il labbro inferiore, stringeva il suo pupazzo “Rabbia” e diceva: però ce la faccio. Abbiamo steso il sacco a pelo sulla brandina, ma ero già pronta a dirgli che poteva tornare a casa con me, quando nella tenda è entrato un bambino della sua età e gli ha detto: ciao timido come ti chiami? “Giulio”, ha risposto mio figlio con gli occhi lucidi e bassi, e l’altro bambino: quanti anni hai? Otto. “Ah davvero hai otto ani? (con una enne) Ma è incredibile!”. La trasformazione di anni in ani ha acceso la faccia di mio figlio di una gioia violenta, di un’esaltazione assoluta, e io non ero più la madre complice da abbracciare, ma una cosa vecchia di cui vergognarsi. “Sei ancora qui?”, mi ha detto, e aveva già cambiato voce, forse anzi gli stava crescendo la barba, era più alto, aveva i muscoli sulle braccia ed era a torso nudo e con i peli sul petto.

   

Me ne sono andata quasi correndo perché l’organizzatore ha detto: i genitori da questo momento sono persone indesiderate, e allora abbiamo bevuto birre in spiaggia, solo fra adulti, in auto abbiamo finto l’allegria e a casa nei giorni successivi abbiamo immaginato le barchette a vela in mezzo al mar Tirreno in tempesta, pianti notturni da solitudine, belve feroci che si aggiravano nel campeggio, compagni di tenda bulli, scivoloni in fondo a un pozzo, bambini abbandonati al largo dall’educatore come rito di iniziazione, e falò sulla spiaggia in cui la maglietta di mia figlia prendeva fuoco, e lei chiamava mamma ma nessuna mamma aveva il permesso di risponderle. Sono stati giorni di trance, in cui spesso sentivo mio marito che in bagno gridava: nazisti. Tutto bene là dentro? bussavo alla porta. Lui diceva: è la radio, non sono io. Fino a quei sessanta secondi di telefonata concessa, continuamente rimandata perché i bambini erano tornati tardi dalla navigazione (ha detto l’educatore spietato) e dovevano prima fare la doccia e apparecchiare. Amore come stai, ti diverti, sei vivo, sei viva, siete vivi, vi manco siete felici? Sì mamma, ha detto mio figlio con quella voce piena di peli sul petto, non ho tempo però. Ma vuoi restare una settimana in più? Vuoi andare a vivere da solo? Vuoi prendere la patente? Vuoi girare il mondo in autostop? No, voglio che l’ultimo giorno vieni a prendermi un po’ più prima. Quanto prima? Un minuto prima. Va bene, perché io e te siamo complici.

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