Papà, qui la vita è dura

Bugie telefoniche e orgoglio contadino in un weekend di lusso a Firenze

Papà, qui la vita è dura

Foto Pixabay

È un venerdì sera, davanti a me c’è Palazzo Vecchio, siamo appena usciti dall’albergo. Mio padre al telefono mi chiede dove sono, e io gli dico con voce afflitta che sono uscito pochi muniti fa dalla Rai, e che è stata una giornata di durissimo lavoro. Mio figlio mi guarda interrogativo, come a dire ma papà, non è vero, siamo a Firenze, staremo qui tutto il weekend, perché gli dici questa bugia? Fingo di non vedere il suo sguardo, mi sforzo d’ignorarlo, ma in verità ho la sensazione che tutta Firenze abbia sentito la mia bugia.

 

Continuo la conversazione telefonica mantenendo la posizione menzognera: “E’ tutto difficile caro papà: l’affitto, la spesa, le tasse… siamo nella sopravvivenza, si lavora per sfamare i figli, lo sai bene”. E lui è felice del mio affanno: “I giovani di oggi sono tutti illusi. Il vero problema sono le scuole aperte di massa. Sono tutti laureati e nessuno ha più voglia di lavorare. Tutti pensano a comprarsi una macchina nuova o a fare le vacanze. Ci vuole serietà. Bisogna mettere i soldi da parte per il futuro, perché la vecchiaia arriva presto e poi è tutto più difficile”.

 

Ci parliamo in dialetto rotondese, un idioma che in talune circostanze assume tonalità angoscianti, da oltretomba.

 

Parlo camminando. Mia moglie mi fa cenno che vuole entrare in un negozio di vestiti; annuisco e le faccio intendere che starò lì ad aspettarla. Claudio e Anna – così si chiamano i miei figli – la seguono.

 

“Io e tua madre non abbiamo mai fatto una vacanza in vita nostra, oggi invece la gente scialacqua e così, alla prima difficoltà, crolla”. Poi con voce sofferente mi informa che stamattina ha venduto due polli a Mormanno, in Calabria: “Pure per venti euro bisogna muoversi. Pure per vendere dieci uova mi sacrifico ancora, nonostante l’età”.

 

Mi sento in colpa da morire. Solo questo weekend mi costerà, tra viaggio, albergo, cene, pranzi, giocattoli e vestiti non meno di ottocento euro. Mio padre ci vivrebbe un mese, con questi soldi – ma soldi, da noi figli, non ne ha mai voluti. Si sente d’improvviso un’orchestrina che suona, e io subito mi giustifico: “Papà, scusa se c’è questo rumore, ma sono i poveri che si improvvisano musicisti per racimolare qualche euro. Qui a Roma la povertà è un flagello”. Mio padre sembra felice: “E’ dura per tutti. La lotta per la sopravvivenza è una guerra amara”.

  

Mia moglie esce soddisfatta dal negozio con alcune buste in mano, e mi sussurra che ha speso duecento euro – “un affare”. Mi sento una merda. Vorrei chiudere la conversazione, ma mio padre ha voglia di parlare: “Il problema delle giovani famiglie di oggi è che non si sa spendere. Non ci sono soldi che bastano. Se si guadagnano diecimila euro al mese, se ne spendono quindici. Purtroppo il risparmio famigliare lo fa la moglie, ma oggi le mogli non si sanno più regolare, vogliono la cameriera, la babysitter, vanno dall’estetista, dal dietologo e comprano vestiti che non indosseranno mai. E poi vogliono andare al ristorante, in albergo, in vacanza. Credimi, è una grande tragedia”.

  

Guardo mia moglie e vorrei dirle ma lo sai sì un tempo come vivevano le donne? Ed erano pure felici. Tu, invece, sei sempre arrabbiata, e non fai altro che dire che fai una brutta vita, e che le altre sì che vivono bene, e non ti rendi conto che vivi una vita di lusso. Ma quando ho provato a dirle cose del genere, la sua risposta è stata sprezzante: “A me il tuo mito del neorealismo e del dopoguerra non interessa. Se vuoi vivere male, quella è la porta. Se sei nato per soffrire, problema tuo”.

  

Provo timidamente a controbattere a mio padre che i tempi sono cambiati, e che un po’ bisogna adeguarsi. Mio padre si accalora, e mi colpisce direttamente: “Ah sì? Ci hai mai pensato se a uno di voi viene una malattia? Sai quanto costano, le malattie? Non avete nemmeno un euro da parte, e verrà il giorno che vi pentirete amaramente di non aver risparmiato”. Accendo una sigaretta e cerco istintivamente un bar – ho bisogno di un whisky, subito. “Ora siete tutti importanti, siete tutti laureati, vi sembra di stare in cielo, ma quando capirete che la vita vera è un’altra cosa, forse a quel punto sarà troppo tardi. La modernità vi ha illuso, ma la vita non è un gioco”.

  

Claudio vede un negozio di playstation e, unendo le mani in forma di preghiera, m’implora di comprargli qualche gioco. Vorrei urlargli cose del tipo lo sai sì che tuo nonno alla tua età andava a vendere all’alba la legna a Mormanno?, invece gli faccio segno che può entrare, e che lo aspetterò lì davanti.

  

Sto sudando, mi gira la testa, eppure l’aria è mite, quasi fresca. Mi sento in colpa. Vorrei dire a mio padre: papà, ti ho mentito, non sono al lavoro, sono a Firenze, in un albergo di lusso, sono una merda, un illuso, un poveraccio, un traditore della serietà contadina, e hai tutto il diritto di rinnegarmi. Ma ovviamente taccio.

  

Firenze è bellissima, trasuda ricchezza. Mio padre affonda il colpo finale: “Noi siamo sempre stati poveri, ed è difficile che una famiglia povera riesca a liberarsi dalla povertà. Chi nasce rotondo non può morire quadrato. Pensateci finché siete in tempo, perché poi sarà troppo tardi”. 

  

Lo saluto con voce rauca e rimango ammutolito, depresso. A quel punto mi si avvicina Anna, che mi domanda con candida civetteria: “Papà, ma perché non rimaniamo in quest’albergo di Firenze per tutta la vita?”.

  

Andrea Di Consoli è scrittore e autore Rai

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