Mio padre e quel viaggio in Svizzera inaspettato. Quanta felicità, ma quante sigarette!

Il ricordo di una grande avventura, da ripetere 50 anni dopo

Mio padre e quel viaggio in Svizzera inaspettato. Quanta felicità, ma quante sigarette!

Cara Annalena,

 

a cinquantasei anni ho deciso di condividere con te questo ricordo di mio padre dedicato a mio figlio Valerio, che anche ieri non sono riuscito a sentire.

 

Papà se ne andò di casa quando avevo tre mesi, lasciando soli mamma, mio fratello e me. Lo vedevamo poco, anzi pochissimo. Qualche rara visita veloce, accompagnata da immancabili litigi con mia madre. Uno dei primi ricordi che ho di lui, è legato a una breve vacanza in Svizzera quando avrò avuto più o meno 5 anni.

 

Si presentò a casa con una splendida Fiat 1500 color panna, che a me sembrava la più bella macchina del mondo, e dopo varie trattative partimmo tutti insieme alla volta di Martigny.

 

Vi lascio immaginare la mia felicità: pur non capendone il motivo finalmente eravamo tutti insieme, come una famiglia normale, papà e mamma davanti e io e Gianni sui sedili posteriori, in partenza verso mete sconosciute. Non ci sembrava vero, ma lo era.

 

Ricordo che, appena arrivati in albergo, papà portò la macchina da un suo amico carrozziere, dicendo che doveva farla vedere perché faceva un rumore strano. Non mi importava nulla. Ero così felice, orgoglioso di essere insieme a lui, di averlo tutto per me per la prima volta.

 

Non ricordo quanto durò la vacanza, credo qualche giorno, ma per me era una cosa stupenda, indimenticabile e già fantasticavo la rivincita nei confronti dei miei piccoli amici, che il papà l’avevano per davvero, tutti i giorni, mentre io mi dovevo inventare in continuazione storie per giustificare la sua assenza.

 

Prima di partire ci fermammo a comprare qualche stecca di sigarette, e nostra madre comprò a me e mio fratello delle sigarette di cioccolato. Non appena arrivati alla frontiera per l’Italia, i doganieri, che probabilmente lo aspettavano, ci fecero scendere dalla macchina e iniziarono a smontarla. Ricordo che c’erano sigarette dappertutto, nel baule, nei pannelli delle portiere, dietro il cruscotto e nella sua valigia naturalmente.

 

Ci fecero accomodare in una stanzetta e io non capivo cosa stesse succedendo, ricordo solo mia madre che continuava a piangere e mio fratello che cercava di consolarla.

 

Una donna in lacrime con due bambini piccoli anch’essi in lacrime e mio padre che probabilmente si inventava le storie più incredibili per riuscire a tornare a casa. Alla fine, forse presi da compassione, ci lasciarono andare sequestrando tutto: anche le mie sigarette di cioccolato.

 

Salimmo in macchina e nessuno aprì più bocca, quelle due ore di tragitto furono forse le più lunghe e silenziose della mia vita. Arrivati a casa papà partì senza salutare e non lo vidi più per molto tempo.

 

Pier Paolo Cena, Issogne (Aosta)

 


 

Caro Pier Paolo, ho deciso di pubblicare la sua lettera integralmente perché è molto bella, e la ringrazio, e anche perché spero che suo figlio Valerio, che immagino giovane, la legga e le telefoni. E rida e pianga nel vedere suo padre a cinque anni, pazzo di felicità seduto sul sedile posteriore di una Fiat 1500, e poi in albergo, e poi alla frontiera, in mezzo a tutte quelle sigarette, e poi di nuovo in auto senza dire più una parola, con lo stupore addosso. Sono passati cinquant’anni, sarebbe fantastico andare in Svizzera adesso, fumando molto. Lei e suo figlio Valerio. Anche non in Svizzera, in realtà, anche al mare va bene. Però lei ha descritto lo sgomento e la disperazione di sua madre, che per una volta si era fidata e guarda che disastro, ma a scoprirla adesso, la scena di un’auto alla frontiera piena di sigarette anche nei pannelli delle portiere, grazie all’amico carrozziere, è il ricordo di una grande avventura, con i doganieri che si commuovono e rimontano le portiere all’automobile e vi lasciano tornare a casa. C’è però un’ingiustizia insopportabile: il sequestro delle sigarette di cioccolato, una inutile cattiveria verso due bambini innocenti. Quindi adesso penso che sia il momento, per lei e suo figlio, di andare a vendicarvi della Svizzera, magari gettando due mozziconi per terra e scappando via subito. Anche urlare dall’automobile con i finestrini aperti va bene, dopo le sei del pomeriggio dev’essere piuttosto scandaloso. Questa volta, però, dopo cinquant’anni, cercate di non farvi beccare.

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