Vorrei difendere mia madre da se stessa

Imbarazzo attorno al tavolo in pizzeria, mia madre ferita, io che non so che fare. Posto di merda

Vorrei difendere mia madre da se stessa

At The Pizzeria, di Anthony Falbo

"Niente da fare, è più forte di te, respira e stai buono”, mi ripeto fremendo di insofferenza per l’ennesima volta in cui mia madre, seduta alla mia sinistra, la sera del compleanno di mio padre, in una pizzeria anonima e senza tende, civettando con un cameriere nasuto e scostante, ordina la sua pizza piena di “senza” (“senza peperoni, se sono crudi, li metta se sono quelli dell’altra volta, che ha fatto grigliare apposta per me, buonissimi… ah, e senza grana, voglio restare in linea”) e di direttive estenuanti tipo “cotta mediamente”, “coi bordi non bruciati e condita al centro”, “se poi mi porta l’olio che sa lei… io vengo sempre qui, si ricorda? La volta scorsa mi ha chiamato ‘la bella signora bionda’… E sa perché ci vengo? Perché, glielo dico, è davvero una pizzeria elegante”. E’ più forte di me ed è più forte di tutti noi che siamo qui, messi a sedere intorno allo stesso tavolo da una data inaggirabile – io, mio padre, mio fratello, sua moglie e le due figlie – ed è più forte anche della ragionevolezza. Perché lei fa così, mi dico, lo fa da una vita, ha reso perfino l’ordinazione di una pizza un’arte morbosa, un instrumentum seductionis, la sua smania di piacere è sempre stata eccessiva, dolente e orba del ridicolo… Mi dico: il suo bisogno di essere vezzeggiata fa sì che lei vezzeggi anche gli ingredienti e la pizzeria, e attraverso gli ingredienti e la pizzeria, il cameriere, in un’accorata spirale che rende questi ordini delle iperboli insopportabili, emblematizzazioni patologiche ai bordi e trattati sulla disperazione al centro, che mettono in livoroso subbuglio tutti noi, da sempre.

 

È più forte di me ma è più forte anche del cameriere, che picchietta inguaiato sul tablet e cerca di dar coerenza alla decostruzione della Vegetariana by mia madre, e sorride perché forse non ha mai assistito allo scatenarsi di un teatrino tale, oppure sì, gli è successo mille volte, e ne ha un giudizio spietato. Infatti alza lo sguardo. Io penso: me lo sento, adesso la pungerà con un’ironia crudele, lei reagirà male, mio padre si imbarazzerà, mio fratello si stizzirà e io dovrò intervenire a buttare salvagenti, derrate di umorismo fesso/pacificatorio, nonché litri d’acqua sul fuoco del risentimento materno da seduttrice pizzarola respinta. Il cameriere fa scivolare un’occhiata lungo il filo del proprio naso fino al dorato cumulo-nembo dei capelli di mia madre, mette a fuoco gli uni e l’altra, e fa la cosa più terribile, più assurda, più sbagliata: non le dice niente. Non una parola. E non capisce, non ci arriva: continua a tacere e si riprende i menu. Mia madre lo vorrebbe aiutare ma è perplessa. Lui se ne va e io vorrei balbettare qualcosa ma non mi viene. E sento che lei è ferita: ferita perché lui non le ha prestato attenzione; ferita perché non l’ha identificata come ‘la bella signora bionda’; ferita perché adesso, davanti a noi che siamo lì, messi a sedere intorno a un tavolo da una data inaggirabile, si accorge che non riusciamo ad aggirare nemmeno questo suo patetico smacco. Infatti stiamo zitti. Mio padre si dà al gesto defatigante di una vita – si pizzica ripetutamente il lobo dell’orecchio –, mio fratello si sporge a controllare se la piccola in culla dorme, io cincischio con gli stuzzicadenti, lei è lì disorientata. Io ne colgo il dramma piccolo e mortale, un dramma che rifiuto, che mi respinge come la maggior parte delle cose che hanno a che fare col mondo enfatico di mia madre, dramma che, però, vorrei accudire in qualche goffa maniera. Vorrei dirle qualcosa come: “Non ti ha riconosciuta, sarà stanco”. E più che giustificare il cameriere, accusarlo – “guarda un po’, ’sti debosciati, portano tre pizze e gli vien subito l’esaurimento nervoso…”.

 

Vorrei difendere mia madre da se stessa, nasconderle la sua pochezza e, con un solo gesto, nobilitare la nostra, di familiari muti intorno a una tragedia inaggirabile. Vorrei andare in bagno, individuare il cameriere e dirgli: “Mi scusi, sono seduto là, al tavolo otto, con le due bambine piccole. Quando porterà le pizze, non potrebbe dire a mia madre… quella signora sui sessantacinque (ma ben portati, no?), molto esuberante, molto bionda, voce molto alta (ma non troppo, vero?)… ecco, dicevo: potrebbe dirle che si è ricordato dell’altra volta, e che era stata simpaticissima, anzi, poi ha constatato, col suo collega, per tutta la sera, ‘notevole quella signora bionda molto giovanile’? Grazie”. Vorrei. Ma non lo faccio. E resto lì, fedele alla mia parte noiosa e un po’ falsa, quella del figlio ragionevole che sa sempre cosa dire. Però non so nemmeno cosa fare: guardo mio padre alle prese col lobo, mio fratello stizzito, e penso che il nostro destino è essere per sempre questa serata che nessuno voleva e da cui tra un’ora scapperemo, perché il locale in realtà non è granché, i cessi non parliamone, la pizza è malcotta e i camerieri, bah – bel posto di merda, vero mamma?

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