Con Anime scalze, Fabio Geda racconta l’adolescenza nuda

Un adolescente con un fucile sul tetto, un padre che sulla porta mette un cartello: “Andate via”

Con Anime scalze, Fabio Geda racconta l’adolescenza nuda

Un dettaglio della copertina di Anime scalze di Fabio Geda (Einaudi Stile Libero)

Alcuni libri nascono da una storia precisa, altri da un’ossessione, altri ancora dal bisogno di ridefinire un ricordo, salvarlo o liberarsene, qualcuno nasce per sbaglio, perché si credeva di inseguire una trama e invece ci si è ritrovati a fare i conti con una direzione imprevista. “Anime scalze” di Fabio Geda (Einaudi Stile Libero) viene fuori da un’immagine, forte e nitida: un adolescente con un fucile sul tetto di un capannone, dentro un centro commerciale. Geda stesso ha dichiarato di aver cominciato da lì, perché quel fotogramma gli si era piazzato davanti e non riusciva a liberarsene, allora si è preso un anno sabbatico dalla fortunata serie per ragazzi che sta scrivendo insieme a Marco Magnone (“Berlin”, Mondadori) e ha lavorato a questo romanzo, che racconta l’universo di un quindicenne intorno a cui è crollato tutto. L’incipit, che coincide con quel fotogramma, ci presenta il protagonista Ercole in fuga e in rivolta contro il mondo degli adulti senza un apparente perché, e quindi con moltissimi perché annidati dentro, sopiti, aggrovigliati e feroci. Come la maggior parte degli adolescenti interessanti della letteratura, Ercole è più adulto dei suoi genitori, che è stato costretto ad accudire senza accorgersene; con Ercole sul tetto c’è Luca, sei anni, e al lettore servirà quasi tutto il tempo del romanzo per capire chi è e quale legame lo unisce al resto della storia; con Ercole sul tetto non c’è Asia, che invece conosciamo già nelle prime pagine, che a lungo ha tenuto il fratello al riparo e non ha ancora smesso, però a un certo punto ha cominciato a prendersi cura anche di sé e dunque si è allontanata da casa, ridisegnando almeno in parte il quadro della famiglia. Ma per capire davvero chi è Ercole, la voce narrante che riavvolge il nastro di questa storia quattro anni dopo, per capire cosa ci fa con un’arma e come è finito sopra un tetto, bisogna avere pazienza e stare a sentirlo.

  

“Anzitutto sono nato. A Torino, in borgata Cenisia. Mamma raccontava sempre che appena mi ha visto, in sala parto, ha pensato che assomigliavo a Yoda, solo con più capelli, ma che poi, per fortuna, sono migliorato e avrei potuto essere il figlio di Enrique Iglesias”. La persona che Ercole chiama mamma è la protagonista assente di questo romanzo: esce di casa e di scena quando lui ha sei anni e Asia undici, “un giorno qualsiasi, uno che, ricordo, il tempo non era neppure malconcio come dovrebbero essere i giorni che le madri se ne vanno, chessò, piovoso, o con il cielo che sembra la pelle di un pesce”. La vita di Ercole si riassesta intorno alla mancanza di lei, con il pragmatismo dei bambini che sanno tenersi il dolore dentro e quando restano da soli imparano a procedere nella vita per piccoli passi, a ogni bivio in cui devono cavarsela optano per la scelta meno sbagliata, la più (auto)accudente.

   

Diventa, Ercole, uno di quegli adolescenti a casa dei quali nessun genitore vuole mandare i propri figli perché le famiglie felici temono sempre che il crollo delle altre sia contagioso, perciò meglio capovolgere l’invito: vengano loro a casa nostra, magari imparano un po’ di amorevolezza (i figli degli adulti irrisolti sanno meglio di tutti fino a che punto possono essere agghiaccianti gli adulti risolti). Certo il padre non è un modello di affettuosità, quando è con la sua nuova ragazza appende alla porta un cartello con su scritto “Andate via”, e quelle due parole riassumono il rapporto che ha con Ercole e Asia. I quali, però, resistono e si tengono la mano di notte, perché Ercole vede i mostri nei muri e la casa della “vedova”, come chiamano l’affittuaria, è diventata troppo grande e troppo vuota; da soli si lavano, si pettinano, indossano magliette pulite e recitano sguardi pieni di compassione quando la vedova chiede come va, se il papà ce la fa, ora che è rimasto da solo, a occuparsi di tutto. Finché un giorno Ercole conosce Viola, che ha le lentiggini, i capelli rossi e un giubbotto di pelle nera. Viola vende fiori insieme alla nonna accanto al cimitero: per far colpo su un personaggio così è lecito ricorrere a qualsiasi mezzuccio, anche inventarsi una zia defunta, per poi scoprire che funziona, che una ragazza bellissima e originale può ricambiare i tuoi sentimenti anche se ti senti l’ultimo degli ultimi.

 

Ma l’amore non basta come paraurti di un mondo in rovina, oppure è proprio per salvarlo che tocca mettere in scena un crollo decisivo e magari, dopo, salire su un tetto e affacciarsi a guardare giù. Così, con gli occhi di un ragazzino che non può più aggrapparsi a niente, Fabio Geda racconta l’adolescenza nuda: Ercole Santià è uno straniero delle regole del mondo, una vittima che non ci sta a essere definita tale, il portatore sano di un disagio subito e attraversato se non con allegria con fatale disincanto, con i piedi scalzi delle anime, luminose e ferme, che danno il titolo al libro.

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