Chissà se anche le madri degli youtubers in gita piangono

“Ho un grosso buco nero al posto del cuore”. Crescere un figlio maschio e altri insuccessi

Annalena Benini

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Chissà se anche le madri degli youtubers in gita piangono

Le sorelle Brontë, illustrazione di Elisabetta Stoinich per “Storie della buonanotte per bambine ribelli” (Mondadori ragazzi) ©2016 Timbuktu Labs, Inc.

L’appuntamento al pullman per la gita è alle sette e cinquanta del mattino, con lo zaino, il taccuino, il pranzo al sacco e la macchina fotografica. I telefoni cellulari sono vietati, restano a casa, spenti, niente Whatsapp, niente di niente, solo il telefono dell’albergo dopo le nove di sera, per due sere. Mi sembra bellissimo non dover pensare che mia figlia non mi risponde perché ha perso il telefono oppure perché è caduta in un burrone o si è persa o è andata in discoteca calandosi dalla finestra della sua stanza, ma al punto di ritrovo ci sono madri che piangono. Noi siamo arrivate in ritardo perché il trolley non entrava nel motorino, perché quando siamo riuscite a infilare il trolley ci siamo accorte che mia figlia aveva lasciato il casco dentro casa e io non avevo le chiavi di casa, allora ci siamo attaccate al campanello e sentivo mio figlio urlare: non posso sono in bagno, e noi allora urlavamo di più: è un’ emergenza devi correre, e lui ancora: non posso lo giuro, e noi: non ci importa niente che lo giuri, devi venire subito perché il pullman parte, e lui allora, dopo dieci interminabili secondi, ci ha aperto la porta, tutto rosso in faccia, con il casco in mano, e ha detto: vi odio.

 

Ci siamo precipitate giù per le scale, totalmente indifferenti all’odio, poi in motorino, semafori rossi e un poliziotto che dall’auto ha tirato fuori un braccio per dire: però così no, e siamo arrivate in tempo per vedere queste madri piangere. Cioè io le ho viste, mia figlia non vedeva niente tranne la sua gita, il pullman, la macchina fotografica usa e getta che ha suscitato lo stupore dei suoi compagni perché non avevano mai visto un oggetto con i pulsanti e con una rotella da girare e un rullino da far sviluppare. Ma io le ho viste, le madri pinagenti, ho visto le lacrime un po’ nascoste e ho chiesto: è successo qualcosa? Erano in due, si facevano coraggio a vicenda, mi hanno detto: tre giorni senza di loro, senza nemmeno sentirli al telefono. Non era una recriminazione, capivano che era giusto, si sforzavano di sorridere, ma proprio soffrivano, si preoccupavano, sentivano già la mancanza. Una ha detto: prendiamo un caffè, consoliamoci. Io non riuscivo a dire niente che avesse una logica, un senso, un’idea di conforto. Erano le otto del mattino e avevo rischiato sette incidenti per arrivare in tempo, mia figlia era già scomparsa senza salutarmi ma ero riuscita a dire alla professoressa: se le venisse male al dente, il Nurofen è in valigia. La professoressa mi aveva strizzato l’occhio e aveva ripetuto: Nurofen.

 

Il mio compito era quindi esaurito, ero anzi quasi felice, dovevo solo resistere alla tentazione di digitare su google, di lì a qualche ora: incidente pullman autostrada, ma la giornata era appena iniziata e quelle madri in lacrime volevano dirmi qualcosa, qualcosa che di certo stavo sbagliando. Una terza madre, molto alta, mi ha detto: lo sai perché fanno così? Io ho scosso la testa, guardandola dal basso, piena di famelica curiosità: dimmelo ti prego. Mi ha guardato con un sorriso di consapevolezza, e ha spiegato, solenne: sono le madri dei maschi. Loro, le madri dei maschi, hanno annuito soffiandosi il naso. Per qualche motivo non ho riso: anche io sono la madre di un maschio, e se arrivo in orario all’appuntamento per la gita posso piangere, ma di gioia. Loro piangevano anche perché si erano dimenticate di mettere nella valigia dei figli maschi il repellente per le zanzare, così ho scoperto che c’era una lista di cose da portare e che questa lista comprendeva il repellente per le zanzare, e che le femmine non ne hanno tanto bisogno ma i maschi sì, e le madri dei maschi si tormentano pensando alle zanzare di Rimini il cinque maggio, che saranno comunque pochissime e con un po’ di fortuna pungeranno solo le femmine. Sono tornata a casa, dal figlio maschio che mi aveva da poco detto: ti odio, e in effetti mi odiava ancora e faceva il suo solito urlo da dinosauro inferocito. Gli ho detto che era un po’ esagerato, gli avevamo chiesto soltanto di aprirci la porta di casa, stavamo per perdere la gita, ci serviva il casco, e lui mi ha detto: non mi importa niente, sempre con la voce da dinosauro. Ma che cos’hai stamattina, perché sei così arrabbiato, ti manca già tua sorella? Lui si è buttato per terra mimando il gesto del vomito, quindi ho capito che gli mancava molto ma era troppo maschio per dirlo.

 

L’ho accompagnato a scuola e gli ho ho detto le solite cose, che deve essere più gentile, soprattutto con sua sorella, e lui ha risposto: non posso perché ho un buco nero al posto del cuore. Ma che stai dicendo, un buco nero? Sì, un grosso buco nero bellissimo, ha detto saltellando, e voglio quella maglietta nera che ho visto a Ferrara, quella con la scritta: odio tutti. E quindi non mi vuoi bene? Non voglio bene a nessuno. Non vuoi bene neanche al tuo cane? Non voglio bene a nessuno però lui è carino, e ha dato un bacio al cane che subito gli ha leccato tutta la faccia. E quindi non ti manca tua sorella? Non mi manca nessuno. E quindi stasera sei felice di avere la stanza tutta per te, visto che tua sorella è in gita, sei felice di dormire da solo con il tuo grosso buco nero al posto del cuore? Gli si sono riempiti gli occhi di lacrime, ha detto: no io da solo non voglio dormire, voglio dormire con voi. Ma hai detto che non vuoi bene a nessuno, che odi tutti, che se pensi a tua sorella vomiti. Ha risposto: mi vergogno. Di che cosa ti vergogni? Di volere bene. E perché?, ho chiesto trattenendo le lacrime da madre di maschio in gita. Perché voglio diventare uno youtuber. Amore, ma gli youtuber hanno i buchi neri al posto del cuore? Sì, molto grossi e molto belli. Ormai la campanella era suonata, dovevamo salutarci, ma gli ho promesso che dormiremo insieme: tutti insieme fino a che tua sorella torna a casa. Ha detto: allora non voglio più la maglietta “Odio tutti”, voglio quella di Favij (che è uno youtuber molto importante e ha fatto una canzone sugli haters di Internet). Ti prometto che te la compro, ma adesso mi vuoi bene? Da pazzi. Chissà se anche le madri degli youtubers piangono.

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