Domani compio quarant’anni e i bambini mi incutono terrore perché dicono la verità

La famiglia ha gli stessi confini di una nazione, con i suoi codici, la sua burocrazia, frontiere e cambiamenti, la nascita di un figlio, la perdita, la separazione, assomigliano a un conflitto internazionale

Domani compio quarant’anni e i bambini mi incutono terrore perché dicono la verità (dopo

Kids di Alexander Lyubavin via Flickr

Domani compio 40 anni e non ho una famiglia, non ho figli, vivo in una tana di 25 metri quadri in un quartiere in piena gentifricazione a Roma est e da giugno tornerò a vivere in una WG di Berlino, una casa condivisa con altri tre quarantenni senza figli, senza famiglia, che ancora si drogano il fine settimana e aspettano un match su Ok Cupid o Tinder per svoltare qualche relazione che vada oltre la scopata del weekend. A Martina Franca, il mio originario paese, ci chiamano “spatriat” vuol dire “senza patria” ossia sbandato e v(z)itellone, disordinato e outsider. La famiglia ha gli stessi confini di una nazione, con i suoi codici, la sua burocrazia, frontiere e cambiamenti, la nascita di un figlio, la perdita, la separazione, assomigliano a un conflitto internazionale che porta alla rivisitazione dei confini, alla revisione dell’ordinamento, a un nuovo corso politico. Sono da 40 anni in pace e giustifico dietro questi giochetti di parole un’esistenza senza legami indissolubili, senza prole, senza desideri di paternità né istinti paterni, campione dell’inaridimento demografico che viene denunciato quando si parla in termini apocalittici della vecchia Europa che guarda caso, come me, è ancora una terra di pace.

 

Quando ero ricco e mi davo il lusso di spendere soldi nella psicanalisi, per un periodo praticai la sfida, così la chiamano in gergo, ossia due psicanalisti. A uno di loro che aveva un’aria presaga e matura, che avevo scelto soltanto perché era un burbero che maltrattava i pazienti con gli intollerabili silenzi e le inscalfibili espressioni anche innanzi a misfatti mostruosi, dissi:

 

“Credo che uno scrittore non debba riprodursi, talmente è grande la ferita narcisista che metterebbe al mondo soltanto un infelice”.  Pensavo ai miei autori preferiti che avevano avuto la lungimiranza di non riprodursi come Kafka, Proust, Hrabal, Wilde e pensai a coloro che invece lo avevano fatto come Tolstoj e Dostoevskij ma che il destino crudele aveva decimato e poi Dickens, Bellow e tanti altri dei quali i figli avevano raccontato il peggio. Perché dare al mondo un essere risentito senza alcuna riconoscenza?, mi troverei nei panni del padre di Kafka che gli dice cose terribili screditando tutti i padri del genere umano per assolvere se stesso: Ti voglio bene ma il mio contegno non è quello degli altri perché non so fingere come gli altri.

 

Dopo una breve pausa continuai esprimendo un pensiero totalmente dissociato: “Perché mi parlate tutti dei vostri figli, di quello che fate nei weekend,  perché  vi siete condannati a una vita di infelicità, io non volevo fare figli”. L’uomo cui raccontavo queste cose e che reagiva molto di rado replicò:  “Nessuno ne sta parlando, è lei che ha tirato fuori l’argomento e poi mi ha appena detto: non volevo fare figli. Ha usato l’imperfetto. Che cosa le ha fatto cambiare idea?”.

 

Chi mi chiede, confonde la parola “figlio” con quella di “bambino”, così alla fatal domanda “Non ti piacciono i bambini?” posta da intriganti con prole che vogliono farti sentire mutilato, rispondo con una provocazione (stizza?) che come tutte le provocazioni è un’arma a doppio taglio: “Odio i cani e i bambini”. Eppure scrivi libri per ragazzi, mi obiettano, e io dico sì, certo ma è molto diverso, non devi averci a che fare oltre quelle due ore e quando sono in una scuola elementare o media mi autoassolvo pensando che c’è di peggio, Erode Ascalonita detto il Grande, l’artefice della Strage degli Innocenti. Un evento storico poco chiaro, probabilmente mai avvenuto. Erode nella realtà ammazzò alcuni dei suoi figli temendo un complotto contro di  lui. Tale crimine gli rese la fama orrenda che portò l’evangelista Matteo a raffigurarlo come il totem di male e di morte contro cui si ergeva la luce del bambinello  accudito da un bue e un asinello. Destino vuole che proprio io  a 10 anni fui scelto per interpretare Erode nella recita parrocchiale, qualcuno in paese ancora evoca la mia performance con un mantello nero e una corona di cartone mentre proclamo la strage degli innocenti. Quando l’ennesimo  insegnante in una scuola che visito per parlare delle storie di amicizia e integrazione che ho scritto  mi chiede: “Come ti sembrano questi ragazzi?”, io dico: “Meravigliosi” e lo penso davvero,  perché  sono sempre migliori di come ero io da ragazzo e mi viene in mente quella recita in cui ero Erode con la corona in testa e la voce grossa mentre condanna a morte i bambini della Galilea. 

 

“Sarà che i bambini ti fanno paura”, notò trionfante lo psicologo un attimo prima che gli dicessi addio (anche se come tutti i miei addii fu un vigliacco arrivederci).

 

“Sì, sono esseri infernali, non mi fanno paura, molto peggio, mi incutono terrore”.

 

“Perché?”.

 

“Perché dicono la verità”.

 

“Guardi che un figlio la verità non la dirà mai ai suoi genitori, almeno finché saranno vivi”. Mi voltai verso di lui per vedere che faccia aveva mentre lo diceva ma non vidi nessuno.

 

 

Mario Desiati è uno scrittore, il suo ultimo romanzo è “Candore” (Einaudi)

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