Illustrazione di Anna Sutor

Quando dappertutto manca tua madre. E quando le madri sanno tutto

Annalena Benini

Brit Bennett nell’assenza e nel riscatto. Formazione di una ragazza cattolica perbene ma non troppo

Serve una grande ambizione per iniziare un romanzo a diciassette anni e chiamarlo: “Le madri”. Serve una grande ambizione e un lungo sguardo per riuscire a prendere una piccola storia di provincia e raccoglierle intorno e dentro la storia di tutte le madri, di tutte le figlie, lo struggimento, la ferocia e l’assenza. E per raccontare precisamente quello che, per necessità e per mancanza, a un certo punto chiamiamo “madre” e chiamiamo “figlia”.

 

“Le madri” di Brit Bennett (esce in questi giorni in Italia per Giunti), ventenne californiana che pubblica racconti sul New Yorker e sulla Paris Review, è un esordio molto forte, che inizia dove di solito una storia finisce: l’aborto di una ragazza di diciassette anni, Nadia Turner, che sta per andare all’università. L’aborto segreto dentro una comunità nera e cattolica della California del sud che si muove attorno a una chiesa e alle sue volontarie, le donne che tengono in vita il mondo cucinando pregando spettegolando, e che costituiscono il coro greco di questo romanzo. Il loro è uno sguardo esterno ma al tempo stesso complice, appassionato, vanitoso e materno: sono le madri che osservano altre madri e altre figlie, guardano le vite sbocciare e inciampare, fallire, scappare, scuotono la testa e sanno tutto un attimo dopo, ma con quell’attitudine delle madri: l’ho sempre saputo. “Non ci consideriamo un esercito della preghiera. Dev’essere stato un uomo, a inventarsi quella definizione – gli uomini pensano che se una cosa è difficile deve avere per forza a che fare con la guerra. Ma la preghiera è più delicata di un combattimento, soprattutto la preghiera di intercessione. Più che una semplice idea astratta, si tratta di caricarsi sulle spalle il fardello di un’altra persona, spesso di qualcuno che neanche si conosce. Chiudi gli occhi e ascolta l’intenzione. Poi devi scivolare dentro di loro, nei loro corpi. E allora sei Tracy Robinson, che morirebbe per un bicchiere di whisky. Sei il marito di Cindy Harris che cerca il telefono della moglie. Sei Earl Vernon, che lava e districa i capelli impiastricciati di una figlia drogata”. Sono le madri nere e cattoliche, sono tutte le madri che sognano nuovi lavori, nuove case, nuovi mariti, una salute migliore, meno tentazioni, qualcosa di bello su cui poggiare lo sguardo, preghiere esaudite, meno fallimenti.

 

Nulla porta più conoscenza del fallimento, e più chiarezza del dolore, ma quando hai diciassette anni e tua madre si uccide sparandosi una mattina dentro l’auto, la vita che conoscevi non esiste più e la chiarezza ha bisogno, per arrivare, di un intero tumultuoso romanzo, di una formazione dolorosa e di nuovi fallimenti. Un giorno all’improvviso sua madre non c’era più e la vita di Nadia Turner era caduta sul pavimento come un sasso. Un sasso che non fa rumore, però, perché lei non riesce a esibire il dolore, a mostrarlo come fa invece suo padre, a mostrarlo come fa la sua futura migliore amica Aubrey (la sua amica, la sua nemica, sua madre, sua figlia), che alla comunità della Upper Room chiede con candore: la salvezza, e intanto chiede affetto, comprensione, una mano calda, un’amaca su cui dondolarsi al tramonto, la castità per dimenticare quello che le ha fatto il marito di sua madre. In questo romanzo hanno tutti un buco da ricucire, un dolore nascosto o un dolore esibito.

 

Sono zoppicanti, ma con un’urgenza di vita. Noi che leggiamo vogliamo sapere non solo che cosa succederà, se il buco diventerà più grande o verrà riempito, ma osserviamo questa complessità del fallimento e del riscatto, la vediamo crescere, trasformare i personaggi che sono in movimento, dentro di sé e fuori di sé: vogliamo scoprire chi sono davvero queste persone, chi diventeranno, vogliamo che si salvino e sappiamo che non possono salvarsi completamente, perché il passato è una pietra. Le madri portano addosso la pietra, sempre. La madre di Nadia si è uccisa, la madre di Aubrey se n’è andata, la madre di Luke ha fatto una cosa che ha spostato i confini del suo rapporto con il figlio: gli ha dato seicento dollari per far abortire la ragazza che lui ha messo incinta. Ha fatto qualcosa di cui non la credeva capace: l’ha aiutato o gli ha guastato l’esistenza? Come quando si entra in una stanza conosciuta e si cercano a tastoni le pareti senza trovarle, con le mani che annaspano, Luke non sa più chi è sua madre. E sua madre, alla fine di tutto, dopo molti anni, dice ancora, davanti al coro greco ma californiano delle altri madri: “Ho fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi madre. Quella ragazza dovrebbe ringraziarmi. Le ho dato una vita”.

 

E’ questo il centro della storia, è forse il centro di ogni storia: le ragazze e le madri, quello che sono in grado di fare con la propria vita e con quella degli altri, se è possibile cambiare strada e trasformare il dolore in una possibilità. Nadia non ha più una madre, non è bianca, ha abortito il figlio dell’uomo che ama per inseguire la propria vita e non dare a nessuno la colpa di ciò che lei non è, lei che si sente ancora l’errore di sua madre, la colpa di sua madre. Brit Bennett, che è cresciuta dentro questo libro, scrivendolo e riscrivendolo mentre si laureava a Stanford, ha reso vivi e carnali i tormenti e la formazione di due ragazze che cercano la madre per trovare un posto a se stesse. Insieme a un uomo, forse, ma non è mai questo il punto. Ma chi saremmo, con le nostre esistenze imperfette, senza i consigli materni non richiesti, senza gli sbagli grandiosi delle madri? “Siamo state ragazze, un tempo”, ecco di nuovo il coro, “il che significa che abbiamo tutte amato un uomo di merda. Non c’è un modo più cristiano per dirlo. Esistono due tipi di uomini al mondo: quelli veri e quelli di merda. C’è qualcosa di eccitante, nell’amare qualcuno che non potrà mai amarti. E’ liberatorio, in un certo senso. Non c’è da vergognarsi ad amare un uomo di merda, a patto di liberarsene quanto prima. La donna tragica è quella che si attacca a un uomo di merda, o peggio ancora, che permette a lui di attaccarsi. E lui la trascinerà giù con sé finché poi non si stancherà. Allora le salirà sulle spalle e il corpo della donna tragica crollerà, sotto il peso dell’amore”. Oppure lei si libererà, e guarderà il mondo con i suoi occhi, e dietro i suoi occhi sempre gli occhi di sua madre.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.