Vita di un figlio di una città minore

Si è sempre in provincia di qualcosa, o di qualcuno

Vita di un figlio di una città minore

Comune di Lastra a Signa (Fi). Foto La Presse

A un certo punto aprì l’Ipercoop. Fu un avvenimento, per i non ancora ventimila abitanti del paese: l’apertura di un centro commerciale, seguita dai relativi mugugni dei commercianti della zona per l’assalto ai “negozi di vicinato”. Nel parcheggio svettava un palo con l’insegna, grande, alto, luminoso, lo vedi anche dalla Fi-Pi-Li, che poi è la superstrada Firenze-Pisa-Livorno. Sul vecchio stradone che attraversava Lastra a Signa comparve pure una rotonda o, come direste voi, una rotatoria stradale. L’Ipercoop era bella, luminosa, persino rassicurante, con quell’ovatta di giochi da tavolo, pinne da sub e prosciutti in offerta. La vita di provincia è fatta di queste epifanie, ma che potete saperne voi topi di città. Al massimo, nel corso degli anni, vi hanno chiuso qualche cinema e ci sono quelli che pisciano per strada in centro la sera di sabato.

 

Fra provinciali, fra topi di campagna, ci si riconosce subito proprio per quest’esperienze. Per i pomeriggi all’Ipercoop di Lastra a Signa, poi diventati di moda mesi e anni dopo fra i cittadini arrivati a svernare i loro sabati e le domeniche pomeriggio con “che si fa un giro all’Iper?” elargito alla famigliola. Noi figli della provincia siamo all’avanguardia; il desiderio della fuga lo coltiviamo fin da ragazzini. Io, mentre giocavo a calcio sul campo in terra della lastrigiana (oggi è in erba verde sintetica, brrr), vivevo nell’attesa di andarmene. Me lo porto tutt’ora, questo sentimento, in ogni luogo in cui mi trovo. Sentirsi in prestito può essere una sensazione sgradevole, perché non si è mai a casa, ma alla fine ti ci abitui. Ogni tanto mi chiedo se è per questo che non vado a votare; essere apolide è una condizione totalizzante.

  

Quando ero ragazzino, pensavo che fosse una identità speciale, intima e personale. Insomma, pensavo d’esser l’unico a viverla così. La provincia come isolamento, avanguardia e carte Magic con cui giocare al mare al Lido di Camaiore. Invece no, per fortuna. I libri di Vanni Santoni, dall’introvabile “Gli interessi in comune”, che Feltrinelli dovrebbe ristampare al più presto, all’ultimo, appena uscito, “La stanza profonda” (Laterza), raccontano queste storie di provincia toscana, che poi sono storie di contro-cultura, come i GdR, i Giochi di Ruolo, nati come una nicchia per nerd e poi tracimati in tutto il resto, un’enorme contaminazione della società, dai videogiochi ai social network, nei quali si vuole sempre impersonare qualcuno che non si è. Che cosa sono, d’altronde, gli account su Facebook se non schede-personaggio? Solo che al posto di maghi e incantesimi, ci sono identità virtuali. Uno penserà, a questo punto, che i libri di Santoni siano solo per toscani, ma non è vero.

 

I nerd sono ovunque e tutta l’Italia è una gigantesca provincia, fatta di tante province, quindi anche se non si è cresciuti nei dintorni di Firenze o di Arezzo si può amare quello spirito che si trova nei suoi libri. Lo spirito di chi prende il treno o l’autobus per andare nel capoluogo, non avendolo sotto mano, su quei convogli regionali sporchi e puzzolenti pieni di studenti che vanno al liceo a Firenze o di gente che va a farsi la giratina in centro nel fine settimana. I più tamarri, magari, saliranno su un pullman targato “The mall” e andranno nel Valdarno, se già non ci vivono, per visitare la cittadella di plastica delle marche a prezzo super scontato. Un cortocircuito; il low cost di Prada e Gucci racchiuso in un angolo di campagna, dove gli orientali arrivano direttamente dall’aeroporto di Pisa, saltando a piè pari il campanile di Giotto. Quello, magari, lo vedranno dopo aver comprato una decine di scarpe. Ognuno ha la sua epica. Bret Easton Ellis (Bee) ha raccontato meravigliosamente i figli degli anni Ottanta della ricca società losangelina americana, opulenti, drogati e malati di sesso, tutti video di Mtv e Xanax; da ragazzo ho divorato tutti i libri di Bee perché raccontavano quella (in)civiltà cittadina che io, topo di campagna, non potevo conoscere, così lontana tra l’altro da me che non mi sono mai fumato neanche una canna. E i provinciali le cose le sognano direttamente in grande; pensano all’America, mica alla Capitale, sicché mi pareva tutto perfettamente aderente alla volontà di scappare. I libri di Santoni invece raccontano casa mia, la mia epica. Vite di chi è riuscito ad andarsene dal paesello senza mai potersene distaccare per davvero. Perché la provincia è una impostazione, una forma mentale. Perché si è sempre in provincia di qualcosa, o di qualcuno.

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