Quella pistola non è vera! Quello non è sangue! Da allora scrivo storie per ribellarmi alla realtà

Davanti al perturbamento della finzione, mio padre aveva afferrato la torcia per illuminare la banalità del reale

Quella pistola non è vera! Quello non è sangue! Da allora scrivo storie per ribellarmi alla realtà

Una scena del duello nel film "Il Buono, il Brutto e il Cattivo" di Sergio Leone

Siamo verso la fine degli anni Ottanta e insieme stiamo guardando Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone davanti allo schermo in soggiorno. Una delle scene più famose della storia del cinema – il “triello” – si chiude con il Biondo (Clint Eastwood) che spara e colpisce Sentenza (Lee Van Cleef), mentre Tuco (Eli Wallach) scopre di avere la pistola scarica e s’incarta. La scena dura un’infinità, la tensione è al massimo. Da sotto la copertina il decenne che è in me ha un sussulto, mi stringo a mio padre sul divano, è un’emozione troppo forte da gestire. Il dolore sul volto di Sentenza, le goccioline di sudore che gli cadono dalla fronte, gli occhi resi due fessure dalla polvere, le labbra umide di sangue: mi sembra tutto troppo vero. E in più Sentenza è lì per terra, ancora vivo, ha la forza di riprendere la pistola e puntarla verso il Biondo che intanto, inconsapevole di quel serpente ferito nella polvere, si sta avvicinando a Tuco. Ma la verità è che il Biondo non è affatto inconsapevole, e così gli spara di nuovo, e di nuovo, e di nuovo, finché Sentenza rotola nella buca già scavata per accoglierlo. È la prima volta che vedo morire qualcuno, che sia finzione o verità non lo so distinguere ancora. Così, sfinito dalla tensione, mi lascio sfuggire un ingenuo: “Ma è morto per davvero, papi?”. E mio padre, che dal 1966 avrà già visto almeno venti volte quella scena di stallo alla messicana, mi scompiglia i capelli e dice: “Ma no che non lo è, scemo! Quella pistola non è vera, i proiettili non sono veri. Il sangue che vedi nei film è solo succo di pomodoro…”. “Del pomodoro?” gli chiedo. “Sentenza sbava succo di pomodoro e non sangue?”. Proprio così, ripete girando lo sguardo verso lo schermo, Sentenza sbava succo di pomodoro, non sangue.

 

In quel modo riuscì a tranquillizzarmi e quella notte andai a letto sereno, pronto ad affrontare le ore di sonno che l’indomani mi avrebbero consegnato fresco come una rosa ai banchi di scuola, e di conseguenza lui alla scrivania del suo ufficio in banca. Eppure già quella notte (all’inizio in gran segretezza, quasi la percepissi come una colpa) cominciò a sorgere in me il desiderio di riprovare quell’emozione, di farmi attraversare dall’adrenalina di quel turbamento verso cui – anche se ero troppo giovane per rendermene conto – mi sentivo irrimediabilmente attratto e che stava nelle storie raccontate. Quelle dei romanzi o dei film, in teatro o nei fumetti, ma anche quelle che mi sorprendevo ad ascoltare per strada dalla voce di qualche vecchietto logorroico: un aneddoto sulla guerra e sui tedeschi o su un amore finito male molti anni addietro. Tutto in attesa del climax, di quel brivido da scena madre o risoluzione finale che mi facesse sentire partecipe della magia che ogni uomo o donna sa creare nell’atto di raccontare bene una storia. Eppure, se ripensavo alla scena del “triello”, in che modo aveva reagito mio padre?

 

Davanti al perturbamento della finzione, aveva afferrato la torcia per illuminare la banalità del reale. Ecco. Se le cose stanno veramente così, io non posso dire di aver capito di voler scrivere storie una sera d’inverno, sul finire degli anni Ottanta, mentre guardavo un film di Sergio Leone alla televisione, ma posso dire di aver capito di voler scrivere storie per ribellarmi a quel padre che mi aveva svelato il trucco, che si era fatto mediatore tra me il mondo, che si era impossessato del mio sogno e l’aveva dirottato, punendomi senza saperlo. “Si controlleranno i sogni e saranno puniti” scrive Jean Cocteau in Lettera agli americani nel 1949 sull’aereo che dagli Stati Uniti lo sta riportando in Francia. Più o meno da quella sera, sono andato convincendomi che la letteratura – ogni letteratura – nasca come un atto di ribellione al padre, al mediatore-controllore dei sogni, a quel formidabile trasformatore di sangue in succo di pomodoro, ma anche al padre come idea che di volta in volta assume i connotati del padre-Stato, del padre-Sbirro, del padre-Dio, del padre-Storia, quella con la “S” maiuscola che procede spedita come un treno ad alta velocità carico di vincitori pieni di certezze. Là fuori, insomma, c’è sempre un’autorità che per renderci più mansueti e meno problematici è pronta a renderci partecipi del meccanismo, a raccontarci che la nostra emozione si basa sul falso, a combattere il perturbamento della finzione con la banalità del reale. E lo fa perché bisogna vigilare, c’è la notte da affrontare, limiti da rispettare, ore in cui bisogna riposare e tenere alla larga i tumulti interiori. Il giorno dopo c’è la solita giornataccia da vivere.

 

Massimiliano Virgilio ha appena pubblicato “L’americano” (Rizzoli)

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi