Quando sono diventato padre, dopo aver infine conosciuto il mio

Mio figlio aveva sei anni e lo portavo in piscina. Suo nonno era in ospedale, e passavo le notti con lui

Quando sono diventato padre, dopo aver infine conosciuto il mio

Illustrazione di Lucia Scudere per “Odissea” a cura di Carola Susani (La Nuova Frontiera Junior)

È stato un momento entusiasmante e drammatico. Mio figlio aveva sei anni, era in prima elementare ed eravamo cresciuti insieme. Avevamo superato l’epoca di pappette, pediatri, pannolini e influenze. Ora con la scuola stavamo entrando nel mondo vero, e da qualche mese si prendeva i suoi spazi. Iniziava la sua vita individuale staccata da me, voglio dire, la sua prima socializzazione indipendente. Suo zio, pochi mesi prima, a Natale, gli aveva regalato un i-Pad, che gli apriva davanti anche il mondo digitale.

 

A gennaio mio padre si è ammalato, e subito abbiamo capito che era molto grave. Cancro, da quel momento mi sono occupato a tempo pieno anche di lui.

 

Portavo mio figlio a scuola, lo andavo a prendere, stavo un po’ con lui, gli preparavo la cena, lo mettevo a letto e la sera andavo in ospedale da mio padre. Poi, tutti i sabati pomeriggio io e mio figlio andavamo in una piscina termale, era il nostro momento. Lo portavo anche perché mi era stato consigliato da un amico psicologo, gli faceva bene, aveva detto, lo aiutava a elaborare la propria storia, e a farlo proprio con suo padre. Niente di meglio.

 

In piscina, gli creavo delle difficoltà, lo lasciavo solo in mezzo alla vasca e poi inventavo giochi dove al centro c’era un padre che alla fine sotto forma di isola o di delfino faceva galleggiare o portava a riva un bambino. Il gioco riportava indietro anche me, devo dire. L’acqua calda, spesso avvolta nella nebbia, mi faceva tornare bambino, e io mi lasciavo andare. Dopo il gioco “formativo ” ci schizzavamo, lo facevo salire sulle mie spalle per tuffarsi, mi trasformavo in siluro che lui guidava per attraversare la piscina da sponda a sponda. Sono stati i momenti più intimi tra noi, tra i miei ricordi più belli. Gli ho fatto affrontare e vincere la paura dell’acqua, e imparare a cavarsela da sé. Era più indipendente di quanto pensassi.

 

E quando mio padre si è ammalato, ho subito vissuto anche quello come una specie di allontanamento.

  

In quei mesi, dopo aver trascorso la giornata con mio figlio, passavo la notte in ospedale. Quasi sempre. Non riuscivo a staccarmi dalla presenza fisica di mio padre. Volevo sentirlo vicino. Di giorno facevamo i turni noi familiari, ma la sera andavo per lo più io, mi mettevo al fianco del suo letto e lo ascoltavo parlarmi come non aveva mai fatto. Non avevo mai comunicato molto con mio padre, era un rapporto serio, corretto, affettuoso, ma lui era estremamente riservato, per carattere teneva tutto per sé. Tuttavia in quei giorni e quelle notti mi ha confessato tutto. Giorno dopo giorno e notte dopo notte, lì, in ospedale, mio padre mi ha raccontato la sua vita. Il suo mondo segreto, ciò di cui andava orgoglioso ma anche ciò di cui si vergognava. Si è aperto a suo figlio, ed è stato lì che l’ho conosciuto, e ho scoperto una persona molto diversa da quella che avevo sempre avuto vicino.  Ogni tanto mi stupivo, non mi pareva vero che mi raccontasse della sua infanzia e della sua giovinezza e, ossessivamente, del modo in cui aveva conquistato mia madre. (“Ero un giovane medico appena trasferito e durante la visita a una vecchia malata, ho visto la nipote, tua madre, e da allora passavo tutti i giorni a controllare la salute della nonna”. Parlava così).

 

Intanto mio figlio cresceva, chiedeva del nonno e andava con suo padre in piscina e diventava sempre più indipendente. E la sera in ospedale mio padre mi parlava. Ricordo che per un periodo lo portavo in giro per il reparto. Facevamo lunghe camminate attraverso i corridoi, con la carrozzella che scivolava quasi galleggiando sul linoleum. E lui mi diceva. “Fermati qua.” “Chiedi questa cosa a questo medico.” “Quello lo conosco, torniamo indietro.” Mi ha raccontato tutto, e intanto mi guidava, era lui il capo e io lo spingevo dove voleva. Mi spiegava come aveva risolto i problemi della sua vita, mi chiedeva se ricordavo quel periodo o quel talaltro e mi diceva cosa aveva pensato e come ci aveva difesi e protetti. Mi chiedeva di me, del mio mondo, nemmeno lui ne sapeva più di tanto.

 

Con mio padre ci siamo conosciuti così, negli ultimi mesi.

 

Il sabato successivo al suo funerale ho portato mio figlio in piscina. Non provavo un grande dolore per ciò che era successo. Me ne sentivo anche liberato, se si può dire. Il male fisico negli ultimi giorni era diventato insopportabile e credo che per lui la morte sia stata una liberazione. Mi stupivo perché non stavo male e non sentivo la sua assenza, e mi pareva strano. Non sapevo che l’assenza dei padri è lenta a salire in superficie, e la senti dopo mesi, anni, quando ormai è davvero troppo tardi, e tutto è troppo definitivo per recuperare errori, malintesi o tempo perduto. Ma noi avevamo recuperato.

 

Ero in piscina mentre ci pensavo. Stavamo facendo un gioco nuovo, quello della rana siluro. Mio figlio seduto sulla mia schiena stringeva le mani sulle mie spalle come fossero state un manubrio, e mi guidava. Mi guidava come io avevo guidato la carrozzina di mio padre, era lui a darmi la direzione. Stava diventando grande, sì, voleva il suo ruolo di figlio allo stesso modo in cui mio padre alla fine aveva fatto sentire figlio me. L’ho capito quel giorno.

 

In breve ero stremato, mio figlio ormai pesava trenta chili e faticavo a stare a galla. Era diventato grande anche per quello. Allora l’ho fermato per prendere fiato, mi sono appoggiato al bordo piscina. Ho pensato a mio padre e gli ho detto che volevo cambiare gioco. L’acqua in quel punto era bassa, gli ho detto che avrei voluto vedere se riusciva a farmi galleggiare tenendomi con le mani mentre io dormivo sull’acqua.

 

Ho chiuso gli occhi e ho ripensato agli occhi chiusi di mio padre. È stato quello il momento. All’improvviso ho capito i discorsi di mio padre, e tutto il suo liberarsi e liberare me. Perché tu diventi padre non tanto mentre cresci tuo figlio, ma quando tuo padre capisce che è giunto per te il momento di farlo, sentendo di lasciare ogni cosa in ordine dietro di sé. Mio padre l’aveva capito per primo.

  

*Marco Franzoso è nato a Dolo in provincia di Venezia nel 1965. Ha pubblicato, fra gli altri romanzi, “Gli invincibili” (Einaudi) e “Il bambino indaco” (Einaudi, da cui Saverio Costanzo ha tratto il film “Hungry Hearts” con Adam Driver e Alba Rohrwacher). L’ultimo romanzo è “Mi piace camminare sui tetti” (Rizzoli)

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