Ecco perché non faccio vedere i cartoni animati ai miei figli

Confessione di un padre che, a New York, non vuole allinearsi al contesto e sincronizzarsi con il mondo 

Ecco perché non faccio vedere i cartoni animati ai mie figli

foto Sonridertlc via Flickr

Tendo a non dire in giro che mio figlio non guarda la televisione. Se si entra in argomento fra conoscenti nicchio, vado in bagno, mi appassiono all’etichetta della birra, vorrei dire “bella quella lampada, dove l’avete presa?”, ma evito perché conosco la risposta, Ikea. Al massimo spiego che le partite di calcio quelle sì, le guardiamo insieme, e a lui piace Handanovic, quando giochiamo in corridoio dice entusiasta “io sono Handanovic, tu Icardi”, ma poi vai a spiegare ai conoscenti i significati sottesi al fatto che l’idolo calcistico di tuo figlio di tre anni è il portiere e non il bomber. È un interismo intraducibile.

 

“Dai, mettiamo su diciannove episodi in sequenza di Peppa Pig, così noi intanto possiamo bere vino della Napa Valley e fare gossip!”, esclama quello, e allora non ho la fibra per difendere le mie posizioni e suggerisco sommessamente di partire intanto con i primi quattordici e poi vedere come va, sai mai che vadano in crisi di fame, come i ciclisti. Per il resto trangugio senza fiatare il vino della Napa Valley, che mi fa peraltro schifo, ma ho il sospetto che nei miei occhi e in quelli di mia moglie gli interlocutori leggano cose che in certi stati americani sono punite con la reclusione. Il terrore è di dover essere costretto a spiegare che a mio figlio non è consentito guardare la televisione non per una generica scelta di disciplina o per luddismo – abbiamo la televisione in casa, con tantissimi pollici – ma perché i cartoni animati sono mediamente terribili, trasudano una mentalità che mi ripugna, rappresentano un’idea di vita che non vorrei vivere (né far vivere ai miei figli). Non è buonsenso, è una presa di posizione.

 

Quando i bambini cantano “Let it go” a me brucia lo stomaco pensando a quale idea postmoderna di libertà c’è dietro a una principessa di incerto orientamento sessuale che esclama “no right, no wrong, no rules for me, I’m free!”, e mi schermo dietro a un vago “ma tanto cosa vuoi che capiscano a questa età?”, smentito circa dieci volte al minuto, da qualunque bambino a qualunque latitudine. Evito la discussione per non passare per il reazionario rompicoglioni che sono, per non dover dire che io i cartoni della Walt Disney li ho guardati da adulto, soltanto per capire perché i miei genitori non ce li facevano vedere, preferendo agli zuccherosi e protestanti sogni disneyani i personaggi della Warner Bros che non ce la fanno mai a prendere il loro Road Runner, ma continuano allegramente a provarci. Avevano ragione loro.

 

Non ricordo di avere avuto traumi o di essermi sentito tagliato fuori dalle discussioni importanti dell’infanzia, ma ora sento intorno a me la pressione di dover fornire ai miei figli certi “social skills” di cui  non possono assolutamente fare a meno. Non gli fate vedere i cartoni, ma siete pazzi? Siete Amish? Ce l’avete l’elettricità? Si sentirà escluso, si isolerà, vivrà nel disagio, sarà bullizzato; ma almeno prende lezioni di violino, sa leggere a tre anni, va in piscina, fa workshop sulla cucina gluten free, no? No? E come credete che lo ammetteranno nella scuola dei gesuiti di Manhattan che gli apre le porte dell’Ivy League? Il passo successivo è il Prozac. Non sono i ragazzi che sviluppano la “fomo”, la fear of missing out, l’ansia da oddio-mi-sto-perdendo-la-cosa-più-importante, la ereditano dai genitori. Il problema, è chiaro, non sono i cartoni animati, è tutto il resto.

 

La religione civile americana prevede rituali rigorosi da ripetere con fervore per dimostrare la fedeltà al grande progetto comune. Ogni circostanza ha il suo compito e viene imposta con l’adeguata dose di pressione sociale. Siamo appena faticosamente usciti dall’invasione di trifogli di St. Patrick (vestirsi di verde), presto ci saranno gli Easter Bunnies (cercare le uova), poi un passaggio patriottico al Memorial Day (indossare una bandiera) e infine la pseudo-tregua estiva (trovare attività extra che fanno curriculum, in caso di fallimento scordarsi Harvard). In autunno si scavano le zucche di Halloween (travestirsi, fare trick or treat), si mangia il tacchino ripieno a Thanksgiving (essere grati per qualcosa), si cavalca verso Natale (andare da Macy’s a fare la foto con Santa, mandare i biglietti d’auguri, fare i cookies, lasciarne un po’ per Babbo Natale sul tavolo con il latte e le carote per le renne), si plana verso l’invasione di cuori di Valentine’s Day (vestirsi di rosa) si passa per Mardi Gras (dipende dal contesto) e si ricomincia da capo. Ci si può sottrarre a tutto questo? Naturalmente, è la “land of the free”, ma chi lo fa paga il prezzo dell’inibizione dal ciclo della vita sociale. Niente di abrasivo, per carità, nelle civiltà sviluppate ci si esclude con il sorriso, non si viene nemmeno tolti dai gruppi di WhatsApp, ma si capisce che non si è allineati con il contesto. Per questo evito di dire che mio figlio non guarda i cartoni: per non dover spiegare che non sono sincronizzato con il mondo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi