Non puoi sapere che padre sarà l’uomo con cui avrai dei figli

La furia dell’esistenza nel condominio di Tel Aviv. Eshkol Nevo e la vita attraverso un solo sguardo

Annalena Benini

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Non puoi sapere che padre sarà l’uomo con cui avrai dei figli

Illustrazione di Anna Sutor

Non puoi sapere che genere di padre sarà l’uomo con cui avrai figli, ma ci sono i segnali premonitori. Come si comporta con i tuoi fratelli minori, ad esempio. Se ci gioca a nascondino prima di cena o se confonde i loro nomi. Oppure come reagisce quando un bambino piccolo entra nel suo raggio d’azione: durante la luna di miele, a Parigi, eravamo al ristorante e al tavolo accanto era seduta una famiglia con una bambina che piangeva senza sosta. Invece di incavolarsi e chiedere al cameriere di cambiarci posto, lui ha cominciato a imitare tutte le verdure, per farla ridere. “Dopo l’imitazione della zucchina, i suoi genitori erano definitivamente innamorati e ci hanno invitato a passare il fine settimana nella loro casa di vacanza a Nizza”. Eshkol Nevo, scrittore israeliano quarantenne, ha messo in scena in questo suo ultimo romanzo, “Tre piani”, appena uscito in libreria per Neri Pozza, la vita di tre famiglie.

 

Tre piani di un condominio in un sobborgo di Tel Aviv, tre monologhi di vitalità esplosiva e fissazioni e disastri, dentro una frenesia modernissima e intima dell’esistenza, che grida a ogni pagina: sta per succedere anche a te, può succedere anche a te, attento perché potresti essere tu. A non capire che cosa è successo a tua figlia, perché all’improvviso ha perso la luce innocente. “Nostra figlia si sta spegnendo sotto i nostri occhi, e noi non facciamo niente”, dice il padre di Ofri, e noi non capiamo ancora se ha ragione, “hai notato il suo sguardo negli ultimi tempi?”, o se ha ragione sua moglie che di notte con una voce nuova risponde: lo sguardo? Cos’ha il suo sguardo? Ci sono ossessioni che sviluppiamo verso i nostri figli e che non ci fanno più dormire la notte, la paura che ci prende, il terrore che nessuno tranne noi sappia vedere, e quella sensazione indicibile che rende l’amore differente per ciascuno dei nostri figli. Un padre che crede di sentire i pensieri di sua figlia, e che crede di sentire l’ostilità della madre verso di lei, e quindi il dovere di proteggerla. La sua versione dei fatti, appassionata, entusiasta, nevrotica, forse totalmente folle. Una vita quotidiana che ci riguarda tutti, un senso di colpa che non ci abbandona mai. E il piacere e il dolore di rimestare nei ricordi, dentro quello che è andato storto e nei segnali che avremmo dovuto cogliere, che avrebbero dovuto metterci in guardia.

 

Al primo piano vivono questi due giovani genitori, Arnon e Ayelet: si amano e hanno una bambina saggia, allegra e intelligente, Ofri, che qualche volta, e poi sempre più spesso, affidano a una coppia di vicini anziani, felici di avere compagnia, Hermann e Ruth. “Non ricordo quanto aveva esattamente la prima volta che l’abbiamo lasciata da loro, di sicuro era piccolissima. Quanto ci vuole per ricominciare a fare sesso dopo che una donna ha partorito? Un mese? Un mese e mezzo? E’ iniziata così, per il sesso”. Ayelet ha proposto: lasciamo la bambina per qualche minuto da Hermann e Ruth. E gli ha sfiorato la spalla con un dito, il loro segnale. Hanno bussato alla porta dei vicini, “e appena la porta dell’appartamento si è chiusa alle nostre spalle, le ho messo la mano sul culo, ma lei si è bloccata e ha detto: aspetta, non senti piangere?”. Ma la bambina non piangeva e anzi era felice di stare con Hermann e Ruth, e loro avevano così bisogno di bambini intorno ed erano sempre disponibili e allegri e il problema delle baby sitter è un problema universale. Non c’è moralismo, mai, non c’è giudizio, disprezzo, c’è un racconto che corre e che esplode. Qualcosa che succede e che cambia il corso della vita, che fa dire a un uomo: “Adesso mentre te lo racconto mi sento morire: non poteva essere più ovvio”.

 

Soprattutto c’è lo sguardo, che muta piano, e noi che leggiamo impariamo a diffidare da Hermann, oppure lo abbracciamo e gridiamo: ha ragione lui. Ha ragione lui che prende la pistola e corre nel bosco a cercare la figlia sparita con il vicino di casa in preda all’Alzheimer? Ha ragione lui a convincersi, giorno dopo giorno, che la bambina abbia subìto qualcosa di brutto da quel signore gentile che voleva sempre un bacetto sulla guancia? Arnon non dorme più la notte, fa pensieri violenti e pensieri erotici sulla nipote francese di Hermann, pensieri di vendetta e di investigazione, manda a quel paese la psicologa che gli dice “concomitanza di diversi elementi”, ma soprattutto dice a sua moglie che cerca di calmarlo: “Se fosse stata Yaeli non saresti così tranquilla”.

 

Se fosse stata l’altra figlia, la figlia preferita, la figlia più bisognosa, la figlia che nascendo ha fatto capire, secondo la versione di questo padre innamorato, quanto fosse eccezionale Ofri. E’ eccezionale Ofri? E’ pazzo questo padre ossessionato dall’idea che un nonno malato di Alzheimer abbia toccato sua figlia perché ha visto nel suo sguardo qualcosa di diverso dal semplice spavento? “Non tutti sono maniaci del sesso come te, Arnon”, gli dice sua moglie. E noi non potremo mai conoscere davvero fino in fondo la verità di una famiglia del primo piano, e del secondo e del terzo, ma avremo sempre e solo una voce che racconta, ricorda, strepita e si dispera. La vita attraverso un solo sguardo che li abbraccia tutti. Sta a noi decidere che cosa è vero e che cosa è folle. Il padre ha visto un bambino che all’asilo (all’asilo) tirava giù i pantaloni a sua figlia e la prendeva in giro perché le si vedevano le mutande. “Che cosa ho fatto al bambino? Il necessario. Mi sono arrampicato sulla recinzione dell’asilo, l’ho preso, l’ho incollato al muro e gli ho detto che se toccava di nuovo Ofri gli spaccavo la testa”.

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