Educazione giapponese

La scuola dove prima di fare i compiti si canta l’inno nazionale. Militarismo o patriottismo?

Giulia Pompili

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Educazione giapponese

L'asilo Tsukamoto

A volte, qui da voi, soltanto a pronunciare la parola ‘disciplina’ si viene accusati di essere militaristi, reazionari, imperialisti, retrogradi”, dice la proprietaria di un noto ristorante giapponese a Roma, una signora minuta che parla quasi sottovoce, “ma non mi sembra militarista insegnare ai bambini a rispettare una fila, ad avere cura delle proprie cose, dei luoghi che frequentano”. In giapponese si chiama o-soji, che tecnicamente vuol dire fare le pulizie di casa, ma è un concetto più ampio che ha a che fare con un luogo spirituale, con l’armonia, eccetera. Ai bambini si insegna sin da piccoli a pulire il luogo in cui studiano: “Nella nostra scuola”, ha scritto Alice Gordenker in un vecchio articolo sul Japan Times, “l’o-soji inizia dopo pranzo e dura una ventina di minuti, dopodiché i bambini sono liberi per la ricreazione. Succede per quattro volte a settimana”. L’ultimo giorno di ogni semestre c’è poi la pulizia più lunga, e i lavori sono accompagnati da “un’allegra marcetta. Ogni classe è responsabile della propria aula e di altri due luoghi collettivi”, spiega Gordenker, “come l’infermeria o la biblioteca”. Gli studenti più grandi spesso vengono assegnati a gruppi di bambini più piccoli, perché il momento della pulizia diventi pure un modo per responsabilizzarli. Certo, oggi le cose sono un po’ diverse, e perfino in Giappone nelle scuole moderne e progressiste è considerato obsoleto vedere i bambini della scuola primaria pulire il proprio banco con lo straccio.

 

Ma non c’è mamma nipponica che si azzardi a screditare questo modello educativo: “L’o-soji a scuola serve a insegnare ai bambini a rispettare il luogo che abitano, e a non dire mai: ‘Non è compito mio’”. E più la scuola è esclusiva e costosa, più i bagni risplendono, spiega Gordenker. Nelle arti marziali funziona allo stesso modo: prima di iniziare un allenamento e dopo averlo finito, i più piccoli kohai si prendono due minuti per pulire il pavimento del dojo, il sacro luogo della pratica. E allo stadio? Alla fine delle partite di baseball, gruppi di tifosi a turno contribuiscono a rendere praticamente inutile il lavoro degli addetti alle pulizie. Raccolgono, sistemano, buttano via. C’è qualcosa di marziale, in un’istruzione di questo tipo, ma è una marzialità che è rigore, cioè educazione. Ed è tipica della forma giapponese, che ha eretto l’etichetta e il rigore, appunto, essenza stessa della sua diversità. Quello della militarizzazione della scuola è un tema quanto mai sentito oggi, in un momento in cui c’è una parte del Giappone che cerca di trovare la propria via per occidentalizzarsi definitivamente, anche nell’indignazione collettiva. Pochi giorni fa il primo ministro Shinzo Abe e la first lady Akie Abe sono stati costretti a prendere le distanze dall’asilo Tsukamoto di Osaka.

 

L’istituto era finito sui giornali internazionali per via di un video in cui si vedono i bambini tra i tre e i cinque anni, in divisa, riuniti di fronte alla bandiera, cantare l’inno nazionale e recitare a memoria il Proclama imperiale sull’educazione scritto dall’Imperatore nel 1890 – un testo che inneggia al patriottismo, ai valori etici, tradizionali, e ovviamente imperiali. Ma sono temi scivolosi, perché il patriottismo giapponese è spesso condito con espressioni anti-cinesi e anti-coreane, razziste, non proprio un modello di progressismo. “Si chiama patriottismo, non nazionalismo”, si è giustificato Yasunori Kagoike, il direttore dell’asilo, la cui apertura era stata celebrata dalla presenza di Akie Abe, che avrebbe dovuto essere anche la presidentessa onoraria. All’asilo Tsukamoto, ogni volta che passano davanti alle immagini dell’imperatore Akihito e dell’imperatrice Michiko, i bambini si fermano e si inchinano. Già da piccolissimi i bambini giapponesi imparano il giusto grado di inclinazione della schiena durante il saluto, a seconda di chi si trovi davanti a loro (l’imperatore merita un inchino che superi i 45 gradi di piegamento, con gli occhi bassi; i maestri 30 gradi, per tutti gli altri parigrado ci si piega di 15 gradi). La deferenza nei confronti dell’imperatore all’asilo Tsukamoto ha un suo significato, forse criticabile. Ma anche qui, c’è una parte della tradizione giapponese che non è legata al nazionalismo imperiale.

 

Perché non c’è nessun desiderio totalitario e nessuna ideologia nell’aisatsu – un termine che non è soltanto “salutare” ma anche celebrare, conferire la giusta importanza a qualcuno. Tutte le mattine, prima di una lezione, i bambini delle scuole giapponesi imparano che l’aisatsu, cioè il momento in cui si sta per iniziare la scuola e si saluta l’insegnante e i compagni di classe, servirà loro a essere considerati civilizzati e inserirli nella società. E’ anche per questo che non c’è nessuno che entri o esca da un ufficio, da un negozio, da un locale pubblico giapponese senza salutare. Certo, un’educazione marziale ha i suoi limiti: Yamato Tanooka aveva sette anni quando il padre decise di punirlo facendolo scendere dall’auto, durante una gita nella foresta dell’Hokkaido. Yamato si era perso, era stato ritrovato sei giorni dopo. Ma la cultura della marzialità intransigente, in quel caso, più che il bambino – poi considerato un eroe per essere riuscito a sopravvivere da solo per sei giorni nella foresta – aveva punito i genitori. 

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    15 Marzo 2017 - 07:07

    A parte i riti loro e l'imperatore da salutare religiosamente ma una qualche disciplina qui da noi sarebbe salutare. I nostri prof vengono mandati aff. E i genitori se riprendono i figli li malmenano. Poveri prof e povera scuola italiana. Viva il Giappone cento volte piu'uno. Se un genitore italiano impone ai figli di rifarsi la stanza è un fascista. Ecco da qui ripartiamo.

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