Ogni spazio felice è figlio di una separazione, o discende da lei

C’è il sole, voglio vedere il figlio di Sonia, voglio guardare la prossima Champions. Non voglio morire

Ogni spazio felice è figlio di una separazione, o discende da lei

Ada guarda la televisione e parla da sola, commentando lo schermo. Odia tutti e spesso a quelle facce urla di andare in miniera. Una volta ha lanciato un bicchiere contro il vetro, ma per fortuna era troppo ubriaca e l’ha mancato, il bicchiere è finito contro il muro e suo marito Amedeo l’ha trovata così, che urlava a pochi centimetri dalla tivù, l’ha rimproverata e lei ha pianto. Poi lui ha pulito tutto. Lei non è sempre stata così, ma a un certo punto qualcosa è cominciato, oppure è finito, e non è rimasto quasi più niente da distruggere. Quella volta che a una cena di amici ha detto al figlio adolescente della coppia che li stava ospitando quanto fosse un demente. Quella volta che si è dimenticata l’acqua aperta del lavandino per tre giorni. Quella volta che sull’autobus ha preso a schiaffi un tizio perché urlava al telefono. Quella volta che si è addormentata a una cena e dopo ha detto: perché mi stavate annoiando tutti.

 

Poi Ada ha quasi smesso di uscire, e Amedeo le compra le bottiglie al supermercato, le mette in frigo e le dice: cerca di fartele bastare. Lei lo chiama: baffetto. A volte sembra disprezzarlo, a volte ritorna il lampo di qualcosa di luminoso fra loro due. A lei non importa della puzza di fumo, della vestaglia, delle cicche nei posacenere e della polvere, non le importa del suo corpo né dell’estate, e quando un suo ex allievo è andato a trovarla portandole dei fiori, lei ha bevuto una bottiglia intera di vino. Lui è in pensione, gira per Milano in bicicletta, sistema la casa, cucina, si ferma al bar per un succo di frutta, non riesce a rassicurare sua figlia Sonia, che ama moltissimo e che stasera verrà a cena, perché ha qualcosa da annunciare. “Cerca di non farla bere troppo, quando si sveglia. Stasera voglio che capisca”, dice la figlia di venticinque anni a suo padre. E’ la vita disperata di una famiglia qualunque, di un matrimonio messo alla prova da una tragedia gigantesca: ma non si rimane vicini l’uno all’altra  tanti anni per caso, ha scritto Alberto Schiavone in questo bellissimo romanzo, pubblicato da Guanda, “Ogni spazio felice” (“Ogni spazio felice è figlio o discende da separazione”, è un verso di Rainer Maria Rilke). Lo spazio felice è quello che si trova in una vita insopportabile, nel momento in cui pezzi di quella vita spariscono e li si richiama indietro, si fa di tutto per rimetterli insieme, fossero anche soltanto cocci, soltanto i cuscini di un vecchio divano, ma è lì che si vuole restare, oppure tornare, è soltanto lì che si può ancora trovare lo spazio felice.

 

E’ morto un figlio, molti anni prima, è sparito un gatto, è sparito il fidanzato della figlia, è sparita la bicicletta, tutto è pervaso dal fallimento, è sparita la speranza di tornare a essere una famiglia che va al ristorante, in vacanza, che ha con sé una ricchezza e il ricordo e la dolcezza di un grande amore. Adesso che Ada non è più la professoressa brillante che insegnava ai suoi alunni ad affacciarsi al mondo, adesso che Amedeo crede di non essere stato capace di salvare niente e sogna di volare via con la signora alta del piano di sopra, serve ostinazione per rimettersi in piedi e per resistere agli urti che ancora verranno. E’ così naturale chiudersi dentro il dolore, sbattere fuori il mondo dalla porta, quasi senza accorgersene, diventare spettatori storditi di una caduta quotidiana, ogni giorno un po’ più giù, inventarsi dei racconti dentro la testa, mentre si comprano le sigarette, mentre il mondo non smette di girare, di chiudere i negozi per ferie, di rapire i bambini, di rubare biciclette, di mettere incinta le ragazze.  

 

Quando la figlia li invita al ristorante, loro al telefono rispondono: “Perché?”, e lei riattacca. In questo romanzo tutti esercitano una resistenza, e modi di aggirare il dolore, anche il tabaccaio che vende le sigarette e si preoccupa per i bambini spariti: modi di maneggiare l’infelicità, di schivarla, modi ostinati di resistere alle separazioni e di sedersi su una panchina al parco a raccontare l’indicibile a un ragazzino sconosciuto. “La loro vita è cadenzata da queste onde di mani che si cercano e poi si lasciano. Da assenze, e sorprese. Baratri in cui cadere. E un tinello in cui faticosamente sembra stare tutto insieme”. E’ in quel tinello con i mozziconi di sigarette in giro che succede quasi tutto, come sopra un palco a teatro, con il gatto che osserva, è lì che  Amedeo vuole tornare, non da solo. Quando quel che resta di una vita insopportabile e piena di buchi irrompe e rischia di portarsi via tutto, quell’insopportabilità diventa tutto il necessario per continuare a respirare. “I medici sono stati chiari. Un altro colpo così non lo reggi. Vuoi morire?”, “Tu no?”, “No. Oggi no”. “Perché?” “C’è il sole. Voglio vedere il figlio di Sonia. Voglio guardare la prossima Champions League. Voglio grattare la schiena a Ginevra. Voglio comprarmi un’altra bicicletta”. “Quanti buoni pensieri. Mi viene da vomitare”. “Sono pensieri che ci appartengono. Siamo noi”. E dentro questi pensieri si può essere molto infelici, un po’ infelici, infelici con parsimonia, come dice il tabaccaio, capire che una moglie ha voglia di bere e che però a volte ha ancora gli occhi di tanti anni fa, e non c’è un altro posto dove andare e dove sentire, a volte, quasi una consolazione, un abbraccio. L’amore è tutto qui? L’amore è tutto qui.

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