La ritornata

Figlia di due madri e di nessuna, la bambina non riesce più a dire “mamma”. Un nuovo romanzo

Donatella Di Pietrantonio

Donatella Di Pietrantonio

A volte basta niente e la vita, nel male più che nel bene, cambia all’improvviso, senza spiegazione, che è poi la maniera più crudele. Per la giovane protagonista de “L’Arminuta”, il nuovo romanzo di Donatella Di Pietrantonio pubblicato da Einaudi, il colpo arriva poco dopo aver compiuto i tredici anni, nel giorno in cui scopre di avere due madri: quella adottiva – che l’ha allevata e che si è presa cura di lei – e quella naturale che l’ha ceduta quando era ancora in fasce. Sono viventi, ma lei è orfana di entrambe e il suo è uno stato in cui la normalità è solo un’idea confusa capace di trasformare la madre in un luogo sconosciuto, in qualcosa che manca come la salute, come un riparo in un vuoto che conosce bene ma non riesce a superare, in un paesaggio desolato che di notte non fa dormire e fabbrica incubi. Scopre di essere una figlia, quello sì, ma di distanze e di separazioni, di parentele false o nascoste e l’unica madre che non sa perdere “è quella delle sue paure”. Di colpo, “mamma”, la parola che ogni bambino impara a dire per prima, scomparirà dal suo vocabolario e “come un rospo non salterà più fuori”. Dalla cittadina della costa abruzzese viene riportata nell’entroterra che l’ha vista soltanto nascere e allontanarsi “con il latte ancora sulla lingua” e da quel momento sarà un soprannome e non un nome a descriverla agli altri (e poi anche a se stessa).

 

L’arminuta, che nel dialetto di quelle parti vuol dire “la ritornata”, torna nella casa natia. Il posto sulla costa dove ha vissuto fino a quel momento, l’affetto di quei due genitori che in realtà sono i suoi zii, le attenzioni e gli svaghi vengono giù in pochi secondi. L’importante è continuare a respirare. “Sei arrivata”, le dirà la padrona di quella casa a lei estranea – la donna che da quel momento in poi chiamerà “la madre” con una freddezza sconcertante – e la stessa frase dirà suo padre che in quella mattina del 1975, scalzo e a torso nudo, è interessato solo al suo caffè e non ha tempo di considerarla. Il fratello neonato è troppo piccolo per accorgersi di lei, uno dei due più grandi la saluta con un fischio, l’altro la ignora e la sorella di qualche anno più giovane, Adriana, le dice solo di stare attenta a non rovinare il vestito che indossa, perché l’anno prossimo sarà suo. La famiglia “per forza” prenderà il posto di quella che fino a quel momento credeva fosse l’unica e lei – che non ha mai conosciuto la fame – incapace di difendersi come molti figli unici, abiterà “come una straniera tra gli affamati”.

 

Non le è concesso neanche un letto decente – “stanotte t’addormi con tua sorella, tanto siete secche, domani vediamo”, le diranno i due, distratti dalla ricerca di soldi e cibo inesistenti – e ogni sera la ritornata si ritroverà a dormire in un lenzuolo troppo corto su un materasso imbottito di lana di pecora e deformato dall’uso, con il piede della sorella sulla guancia e la sua pipì che puntualmente le bagna il fianco, le uniche cose che ha in quel “buio popolato di fiato”. Conoscerà la sporcizia come l’acqua fredda per lavarsi anche nelle mattinate invernali, saprà cosa vuol dire “scorporire” un pollo e altri termini di quel dialetto veloce e contratto, come scoprirà che lo zucchero diluito con l’acqua può essere la cura per ogni malanno. Proverà il dolore dell’incomprensione e quello di altre perdite, il disagio e la paura, lo sconforto e la vergogna per ciò che quella gente non è, tanto da costruire una favola per giustificare agli altri la famiglia deserta che la circonda e anche quando dirà la verità non avrà colpa, perché è la verità a essere sbagliata. Proverà la fame vera, che sostituirà con la fame di conoscenza, dedicandosi allo studio in maniera rigorosa, eccellendo in tutte le materie, soprattutto in matematica e in italiano, diventando la più brava della sua classe e la migliore della scuola, distinguendosi grazie al privilegio che si porta dietro dalla vita precedente. “Tu se vuoi sta’ ecco, i verbi te li devi impara’ pure in dialetto”, le dirà sua sorella, uno dei personaggi chiave del libro da cui apprenderà la resistenza: una ragazzina disinvolta e sfrontata capace di sintesi improvvise e spontanee “che colpiscono come fulmini”, dotata di un linguaggio teatrale e di una comicità innata e involontaria che vengono dall’ignoranza e dall’inesperienza, le stesse che le faranno credere, ad esempio, che l’unico pesce commestibile sia il tonno in scatola e che il signore che vende il cocco sulla spiaggia sia uno che “che vende le uova di oggi”.

 

In tutto questo, la madre adottiva dov’è? Perché non le spiega i motivi veri alla base di quella decisione e perché invece di andare a trovarla preferisce colmare i vuoti – che sono poi anche i suoi – mandandole vestiti, sapone, lenzuola, cibi, un letto a castello (di cui tutti, in quella casa, ignoravano l’esistenza)? Come può una bambina sopravvivere due volte, e siamo poi così sicuri di poter affermare che una delle due donne sia davvero migliore rispetto all’altra? Sette anni dopo “Mia madre è un fiume”, tre dopo “Bella mia” (entrambi pubblicati da Elliot), Donatella Di Pietrantonio – dentista a Penne, in provincia di Pescara – ci sorprende di nuovo. Non esprime giudizi, ma fornisce una risposta: dura, decisiva e inaspettata. Un romanzo speciale e raffinato, che vi travolgerà, e che merita di essere candidato al Premio Strega. 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi