La madre di Giò cerca una consolazione, ma le parole stridono

Non sventoliamo nessuna bandiera, nemmeno contro le faccine sul telefono. E’ meglio una carezza

Annalena Benini

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La madre di Giò cerca una consolazione, ma le parole stridono

L’indicibile è un ragazzo di sedici anni che resta solo in una stanza e si butta dalla finestra dopo avere consegnato ai finanzieri dieci grammi di hashish, dopo aver deciso che era andata così: “Tanto finisce tutto male”, lo diceva spesso a un’amica. E’ indicibile perché la vita per lui stava cominciando e invece è finita nei pochi istanti di un volo che non deve diventare il manifesto di niente, non deve essere la bandiera di nulla. Non è un’idea, la morte. Era la sua vita di adolescente, di trascinatore della squadra di calcio, di figlio adottato in Colombia quando aveva un anno, la vita di ragazzo triste che non è riuscito a salvarsi e che i genitori non sono riusciti a salvare. I genitori, con lo slancio della madre, avevano scelto, soffrendo, tormentandosi, una strada difficile: i finanzieri a scuola e poi dentro casa. La perquisizione davanti a tutti e davanti a loro. E prima il divieto di allenarsi a calcio per il difensore dalle grandi speranze, di cui tutti in squadra dicevano: è una stella. Glielo hanno vietato per salvarlo, almeno per scuoterlo, non certo per perderlo.

 

Nessuno di noi può giudicare, nessuno può sapere che cosa ci fosse dentro quella casa la sera a cena, quale fosse nel profondo il tormento di una madre che sentiva di non conoscere più suo figlio o di non avere davvero mai conosciuto Giò: adesso scopriamo che lui aveva perfino detto di essere stanco di vivere, e che da due mesi era cambiato. L’indicibile è questo. Chissà quante volte sua madre ha provato a parlargli, dentro un’età sconvolgente in cui la porta della stanza diventa un muro di calce e mattoni e inizia in modo tempestoso la consapevolezza di sé: sparisce la gioia semplice di stare al mondo, felici dentro un pezzo di prato, e arrivano addosso i pensieri accavallati, gli sguardi o l’indifferenza di tutti, la mente imprigionata in una nebbia di parole non dette. Massimo Gramellini sul Corriere della Sera di ieri ha scritto che “ci si può solo azzardare a indossare i panni” di una madre spaventata dagli spinelli e dal mutismo, che ha scelto di rivolgersi ai finanzieri e che è stata totalmente sconfitta, distrutta insieme all’ex marito e padre di Giò (lui ha chiesto solo scusa: “Non sono stato un bravo padre, non ho saputo capire mio figlio”) dalla tragedia di questa morte.

 

Noi dovremmo stare in silenzio, spettatori addolorati, a pensare a questo figlio che non conoscerà più la primavera e nuove partite di calcio e a questi genitori che non avranno mai più indietro la vita che conoscevano prima. Nessuno può dare lezioni, nessuno può dire come sarebbe andata se la strada scelta fosse stata un’altra. Ma le parole di questa madre disperata arrivano al cuore dei genitori in ascolto, e suonano come il tentativo di una lezione, dal pulpito di una chiesa durante il funerale di un figlio e quindi nello sgomento che inizia a sciogliersi in dolore vivissimo, ma dopo aver chiamato lei stessa le emittenti televisive per registrarle: e allora le parole stridono con l’enormità di quello che è accaduto. “Come fare per trasformare una tragedia straziante in una nuova e dolorosa ripartenza?”, ha detto questa madre segnata dal pianto: per trovare una consolazione ha bisogno di trasformare la vicenda di suo figlio in una bandiera a cui aggrapparsi. Ne ha diritto, la memoria di suo figlio le appartiene, ma non ha diritto di dire ai nostri figli che stanno vivendo nel modo sbagliato, con i telefonini, WhatsApp, le canne, i social, il silenzio verso il mondo degli adulti. Certo che c’è bisogno, in momenti come questi, di trovare un colpevole, qualunque cosa da prendere a pugni, bruciare tutte le porte di tutte le case dove stanno cenando, un altro dolore che anestetizzi per un po’ il vero dolore: “Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi”.

 

La madre di Giò forse avrebbe voluto abbracciare tutti gli altri ragazzi presenti in chiesa, tutti quelli del mondo, chini sui loro telefoni eppure vivi, pieni di speranza dentro le loro vite imperfette, limpide o nebbiose. Ma li ha incitati a cambiare, loro e i loro genitori, a buttare le “frasi preconfezionate”, senza capire che lei stessa le stava usando, chiedendo a bambini stupefatti di diventare “i protagonisti della vostra vita e cercare lo straordinario”. Io non voglio che mio figlio cerchi lo straordinario, né che smetta di mandare “faccine su WhatsApp” ai suoi amici per dire che è felice oppure arrabbiato, non mi importa se non dirà a una ragazza “sei bella”, come chiede la madre di Giò, ma invece le manderà una rosa finta o una frase scritta da qualcun altro. Non lo voglio in assoluto e non lo voglio davanti alla morte di questo ragazzo di sedici anni che si è buttato dalla finestra durante una perquisizione dei finanzieri che cercavano qualche canna in camera sua. Quello che mi sta a cuore è che mio figlio non sia oppresso dalla paura di vivere, che non gli venga a mancare l’amore, la voglia e l’attesa per questa vita. Che non ripeta ai suoi amici: tanto finirà tutto male. La madre di Giò ha chiesto a tutti i genitori di “fare rete” per salvare i figli, per trasformare tutto questo nella lotta del “bene contro il male”. Non vorrei sventolare nessuna bandiera, non vorrei dire a un telefono o a una canna o a un silenzio che è il male. Vorrei dare una carezza a Giò, e anche a sua madre.

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