Ecco la primavera

Con gli altri bambini non si può parlare dell’Iran. Ma io mi chiamo Mitra e ora so chi sono

Ecco la primavera

Due bambini giocano a Semnan , in Iran (foto LaPresse)

La prima notte, la notte in cui tutto è cambiato, le mie braccia se ne stavano adagiate sul lenzuolo oppure a penzoloni, ai lati del letto, come se avessero optato per un’esistenza tutta loro. Sfioravo con le labbra la testolina setosa, percepivo il calore del suo corpo, i movimenti del diaframma, le minuscole mani d’acciaio che mi afferravano e mi stringevano, sentivo la mia pelle tra le sue dita, le sue unghie, la mia sete, ma le braccia no, non le sentivo, restavano intrappolate in un torpore di sabbia e pastafrolla che più cercavo di vincere più mi avvinceva. Riposa, mi dicevano, ché altrimenti non arriva il latte, ma io non ce la facevo, pensavo: sono solo una zattera, e se chiudo gli occhi, se arriva un’onda, la mia meraviglia di velluto scivola giù. Allora mia madre l’ha presa con sé si sono addormentate subito come se slittassero da sempre l’una nel battito dell’altra, eravamo al sicuro tutte e tre, ma io non riuscivo comunque a chiudere gli occhi a distoglierli dalle braccia di mia madre e dalle mani di mia figlia, credo di essere rimasta sveglia per ore a guardarle, finché dalle persiane è filtrata la luce, l’epidurale andava scemando, sentivo le mie dita ed era un momento perfetto, erano perfette loro ed era perfetto il loro nome, lo stesso.

 

Quando ho detto a mio marito che avrei voluto chiamarla Mitra, lui non ha obiettato. E’ un nome antico, un nome più antico di Zoroastro, un nome con cui si è adorato il sole, un nome che parla dell’Iran e un po’ anche di Roma, un nome forte e chiaro senza acca e senza kappa, facile da pronunciare, il nome giusto - insistevo - anzi il nome perfetto, perfetto per le Nazioni Unite, perché sono stata cresciuta con l’idea che nessun nome, nemmeno il più bello ha senso se non supera il test del Palazzo di Vetro. Snocciolavo questi fatti incontrovertibili un giorno sì e l’altro pure. Basta, mi hai convinto, è il nome di tua madre, e Mitra sia, mi interrompeva mio marito, però una cosa te la dico, a scuola la massacreranno.

 

Solo perché in italiano è anche il nome di un’arma? Imparerà a difendersi, non è mai troppo presto, non posso mascherarla dentro il nome di un’altra, rinunciare alla lucentezza che trasmigrerà da mia madre a mia figlia. E per un po’ è andata come doveva andare, senza inciampi. A tre anni mia figlia si presentava fiera: “Io sono Mitra, il dio del sole” e con una furbizia che a me pareva sovrumana non aspettava che le chiedessero: Come? Hai detto Mita? Micra come la macchina? Che si giustificassero: scusa piccina, io i nomi moderni non li conosco, scusa biondina, ai miei tempi non si davano nomi esotici. No, lei non esitava, dichiarava tutto subito, quasi a dire: io sono io, potente e luminosa, e se non lo sai, se ti vengono in mente oggetti brutti, sgraziati e tutt’altro che luminosi è un problema tuo. Accadeva, di tanto in tanto, che vacillasse. Davanti ad uno scivolo, alle prese con una bambina appena incontrata, sfoderava un convincente: “Mi chiamo Maria”.

 

In quei casi, arrampicata sul ramo di un albero, o su un’altalena, prima o poi si voltava e guardava verso di me e, la sera, prima di dormire, pretendeva di essere rassicurata che non mi aveva tradito e che io non avevo nulla da perdonare. Ci dicevamo che le bugie bianche si possono dire, che sono state inventate apposta, esistono perché non fanno male a nessuno e ti sollevano dalla fatica terribile di spiegare tutto. E dentro quel “tutto” mia figlia infilava non solo il suo nome, ma una serie di circostanze che la facevano sentire diversa: l’inglese che parliamo tra noi, il persiano che un giorno parlerà come la nonna, i discorsi sulle rivoluzioni che non passano e sulle cose che, per non perderci, non possiamo dimenticare. Con gli altri bambini non si può parlare dell’Iran, né dei cattivi che non ci fanno tornare. I bambini normali non sanno nulla delle cose importanti diceva Mitra ed io le assicuravo che non importa, tutti hanno dentro cose importanti che gli altri non conoscono e alla fine di ogni discussione ce la cavavamo così: bisogna dire la verità, ma di tanto in tanto si può anche prendere una vacanza dal proprio nome, essere Sofia o Maria per un po’.

 

Poi alle elementari tutto è precipitato, ci eravamo sbagliate, nessuno poteva prendersi una vacanza dal suo nome, o eri tutta Mitra o tutta Maria. La vedevo all’uscita con gli occhi rossi e non servivano parole. I compagni la inseguivano gridando: “Spara! Spara!”. Rispondi: “Sparo, certo che sparo! Sparo a tutti gli scemi”, suggerivo io, ma non voleva. Mamma non ci riesco, è una frase brutta e scemo è una parolaccia. E sognava di ricominciare, di presentarsi il primo giorno con un: Ciao sono Maria. Sognava soprattutto l’America dove ci sono i balli di fine anno, gli armadietti con i lucchetti nelle scuole e una moltitudine di bambini con nomi meravigliosamente strani. Poi, all’improvviso, sono sparite le lacrime. Mamma – ha annunciato - il nome perfetto non esiste. Non ha smesso di vagheggiare l’America, ma non implora più di diventare Maria. Sopra il letto, ha appeso il disegno di un compagno di classe. Sul foglio tra alberi, fiori e farfalle, sotto un sole gigante c’è scritto: Benvenuta Mitra, benevenuta primavera. E quando gli altri la rincorrono non pensa più all’Iran, a Zoroastro e allo splendore delle cose che abbiamo perduto, corre da sola, perché nel mondo che non conosce le cose importanti, ci sarà sempre qualcuno che non avrà bisogno di spiegazioni per capire che lei è la primavera. 

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