Il rumore bianco che fa la paura, da bambini, e il suo ricordo che ci tiene svegli. Ma insieme

Il rumore bianco che fa la paura, da bambini, e il suo ricordo che ci tiene svegli. Ma insieme

Foto di Lotzman Katzman via Flickr

Io da piccolo ero terrorizzato dal pensiero dello spazio infinito. E del tempo infinito. Una sera poi, boom! E quando non sarei più esistito? Dove si finisce quando non si esiste? Ero piccolo, ve l’ho detto. Le paure erano una cosa seria. Mai avuto il coraggio di dirlo a mia madre. Rimanevo da solo, terrorizzato. Accendevo la luce, correvo in bagno a guardarmi allo specchio per essere sicuro che sì, esistevo. Almeno per ora. Fiuuu. Questa sera sono andato allo stadio con mio figlio. Ha otto anni. La nostra squadra perdeva 3-1 a pochi minuti dalla fine.

 

Poi ha fatto tre gol. E ha vinto. Abbiamo vinto 4-3. Mio figlio era felice. Io ero felice. Siamo stati felicissimi, come due bambini. (Io ero un bambino). Poi per mio figlio è arrivata l’ora di andare a dormire. Ha letto un fumetto. Ha spento la luce. E poi mi ha chiamato. E mi ha detto che aveva paura. Che pensava a quella signora. All’inizio della partita una signora anziana aveva avuto un malore. Io l’avevo soccorsa – insomma, avevo chiamato uno steward – mentre provavo a calmarla. Era seduta proprio sotto di noi. Il medico l’ha portata via. Mio figlio ha detto che aveva mal di pancia, un secondo dopo. L’ho accompagnato in bagno, dove mi ha confessato che però non doveva fare la cacca. Ma che aveva mal di pancia. Per caso ti sei spaventato per la signora? Sì, mi ha detto, quasi in lacrime. Ok, ora sta bene, c’è la partita. Perché non cambiamo posto? Ci ha messo un po’, ma la partita era così travolgente che tutto sembrava dimenticato. Non riesco a smettere di pensare alla signora, mi diceva ora, nel suo letto. Io gli ho detto che ora la signora stava bene. Lui ha detto che aveva paura. Io gli ho spiegato cos’è la paura. Insomma, ci ho provato. La paura ci salva gli ho detto. Se non avessi paura di affogare non sapresti nuotare. La paura è buona. Poi a volte si ha paura di cose che non possono farci del male. La signora sta bene ora e comunque il pensiero della signora non può farti del male.

 

Quindi anche se ci pensi, anche se hai paura, tieni con te questa paura, tienila vicina, ma sapendo che non ti fa del male. Ma è il pensiero che mi fa male papà. Beh, innanzitutto ricordati che non sei mai solo (falso) e che ogni volta che hai paura me lo devi dire (non volevo che si sentisse come me, da solo nel letto, da piccolo). Parlare della paura aiuta. Non tenerla mai per te. Parlami sempre della tua paura. E comunque la signora non deve farti paura. Sta bene. Sì ma io ho paura di quando anche io starò male. Ah certo. E ora? Proviamo la via facile. Vabbè dai, ma tu devi pensare a quel giocatore che ha fatto gol (un giocatore giovanissimo aveva fatto un gol bellissimo quella sera, il suo primo gol a San Siro). Tu hai quello davanti a te, non la signora. Quello viene molto, molto, molto dopo. Molto. Dopo. Sì ma poi divento vecchio come la signora e mi sentirò male. E arriverà il dottore! Sì, ma poi ad un certo punto sarò così vecchio che morirò. Ok, scacco matto. Sì. Però vedi, manca un sacco di tempo. Ma io ho paura di quando starò per morire. Ok, parliamo un po’ di questo nuovo aereo supersonico. Del treno che viaggia in un tubo trasparente. Del gol del giocatore-bambino. Del film d’amore che abbiamo visto ieri sera. Del corso di Atletica leggera. Ne parliamo tanto. Poi gli canto la canzone che gli cantavo quando era molto piccolo. “Love me tender”. Mi impegno.

 

Penso forte che ha ancora solo due anni e che la mia mano sulla sua testa è tutto quello che gli serve. Ci penso così forte mentre canto, alla mia mano sopra la sua testa, che mi pare di esserci riuscito. Dorme. Anche se di anni adesso ne ha 8. E infatti, no. Non dorme. Papà. Dimmi amore. Ma perché non inventano una medicina per non pensare alla paura di morire? Sì. Potrebbe essere una bella idea. Magari la puoi inventare tu? D’accordo? Dorme. Io piango un pochino – no, non piango, mi scende qualche lacrima, involontaria. Non si ha più paura della morte quando si fa un figlio. Si ha ancora paura, ma in un modo diverso, quasi accettabile. Perché quella paura ora non ti riguarda più. Hai paura per lui. E lui ha paura. E tu ti sei chiesto quando gliel’avresti passata quella paura. Eccola lì. Bella, luccicante e forte come una cosa che non si può non guardare – è dappertutto, dentro e fuori, la vedi anche a occhi chiusi, la vedi quando sei da solo e quando sei con cinquantamila persone che urlano. E ora lui la vede. L’ha vista. E non se la scorderà più. Benvenuto amore mio. Stiamo vicini. E non pensiamo. La senti la mia mano sulla testa?

 

Massimo Coppola è autore e regista

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