Il tuffo e la marea

Guardo mia figlia che gioca con gli altri bambini e a volte soffro, perché adesso tutto ha un’eco

Il tuffo e la marea

Foto tomfreakz via Flickr

Diventare madre, diventarlo giorno dopo giorno, assomiglia a una marea che si alza. O si ritira, a seconda dei casi. A seconda del momento.

 

Ho un ricordo di me qualche anno fa. Ai figli non ci pensavo, non ne volevo. Nel corpo, nella testa non c’era spazio, non abbastanza per un figlio. In compenso avevo un tic, questo vezzo di alzarmi la maglietta e guardarmi la pancia. Non so perché, non l’ho mai capito. Entravo in un bagno pubblico e davo un’occhiata dall’alto alzando la maglietta. Aspettavo che qualcuno uscisse dall’ufficio, e ancora sbirciavo quel pezzo di pelle. Eccola, la pancia: filava come un dirupo fino alla cintura. Non era una porzione del mio corpo: era un muro.

 

Ultimamente ho scritto di una donna di trentasei anni: si chiama Anna. Gli occhi belli, l’espressione triste, i muscoli contratti, assomiglia a me qualche anno fa. Anna non è più una ragazza, ma non è neanche una donna. Vive facendosi trasportare dal movimento centrifugo del presente. Non ha ambizioni e ha perso lo slancio per ribellarsi, la forza di decidere per la sua vita. Anna non desidera nulla. Scopre di aspettare un figlio e non sa cosa fare: non lo vuole, o forse sì. Questo bambino non ha forma, è come l’acqua. E’ qualcosa fuori posto: qualcosa che lei non può odiare, ma che non sa neanche amare – non sa se ne sarebbe capace. Anna e il suo tempo sonnambulo. Un tempo che ho amato anch’io, un tempo che è come la superficie di uno stagno: circoscritta, ferma, quasi solida. La testa che per metà è immersa e per metà sbuca in superficie.

 

Poi a un certo punto, nella mia vita qualcosa è cambiato: ho cominciato a desiderare tante cose, non solo la famiglia. Non ho pianificato nulla. Sono diventata mamma così senza pensarci, come tuffandomi da uno scoglio: è stato un atto di totale irresponsabilità. Adrenalinico. E’ stato bellissimo.

 

Essere madre è una marea: dopo sei anni ho ancora l’impressione di nuotare tra flussi e riflussi, soprattutto temporali. E infatti c’è questa cosa del tornare indietro. Tornare alla materia soffice e ispida dell’infanzia – la mia. Guardo Maddalena mentre gioca con altri bambini. La guardo cercando di non intervenire per nessun motivo al mondo. Se la trattano male, se la escludono, però soffro, non riesco a evitarlo. Soffro per lei, ma mi rendo conto di soffrire anche per me stessa. Mi rivedo bambina anch’io, la mia aria impacciata, esclusa a mia volta da un gioco sulla spiaggia, dalla mosca cieca in cortile. Ritorna il trauma di non essere stata sempre accolta; la vertigine di sentirsi diversi, soli. E una vecchia sensazione: un formicolio, il corpo che è come se diventasse più leggero e fosse sul punto di prendere il volo lontano da tutti.

 

Il passato torna, il passato cambia. Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout parla dell’amore imperfetto che c’è sempre tra una madre e una figlia. “Mamma mi vuoi bene?”, chiede d’un tratto la figlia adulta alla madre che è andata a trovarla in ospedale. La donna devìa il discorso. Non sa rispondere, non ha le parole che dicono l’amore: ci sono vite che si fanno solo nella concretezza, che non hanno tempo per i sentimenti. Eppure, la figlia è felice lo stesso, felice di averci scherzato, di essersi almeno per una volta avvicinata all’argomento. Quando si diventa madri non si è più figlie e, inaspettatamente, si riesce a guardare in modo materno la propria mamma: d’un tratto torna a essere una persona a tutto tondo con le sue contraddizioni, le sue fragilità. Qualcuno che riusciamo finalmente a capire, finalmente a perdonare.

 

Nel mare della maternità però anche il presente prende una nuova consistenza. Non so dire se sia migliore. Le sensazioni che provo – gioia, dolore, rabbia – non sono più sensazioni compatte, non stanno più solo dentro di me. Ma hanno un’eco. E questo è strano. A volte è faticoso. A volte però è un modo per guardare me stessa a distanza, ridimensionandomi di continuo.

 

Poi c’è il futuro, qualcosa a cui ho sempre pensato con pudore. E io, che riuscivo a programmare solo di dieci minuti in dieci minuti, e che non ho mai pianificato dal mattino le ore del pomeriggio perché mi sembrava una tortura che neanche Torquemada avrebbe inflitto, mi scopro con lo sguardo sognante. La bambina è appena salita in classe, è il suo primo giorno di elementari e già vagheggio un master all’Mit, la vedo viaggiare per tutto il mondo, la vedo medico in Africa, ingegnere sul Paranà… poi mi risveglio: per poco non finivo sotto una macchina. Proprio io che le madri di quel tipo, le narratrici indefesse della biografia del proprio figlio, non le sopporto. Proprio io, cavolo.

 

La marea dell’essere madre. Tutti i tempi che si accavallano in ogni momento. Mi sento indifesa, molto più fragile, in balìa di qualsiasi cosa, quando vorrei solo galleggiare. Eppure nuotare lì in mezzo è irrinunciabile. E’ stancante, ma mi sembra che tra quei flussi e riflussi si nasconda una luce che mi sfugge. Che cerco ogni volta di raggiungere.

 

Gaia Manzini 

“Ultima la luce”, il suo nuovo romanzo, è adesso in libreria per Mondadori

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