Pensare agli altri per non pensare a se stessi è l’unica salvezza

Sei tutto teso unicamente alla salvaguardia e realizzazione della felicità dei tuoi figli. E allora dimentichi di mangiare, di dormire, accetti con gratitudine le stesse occasioni di lavoro che poi rifiuterai per noia

Pensare agli altri per non pensare a se stessi è l’unica salvezza

"Rientra sempre alle tre di notte, ma dove va?!”. “Ha le prove con gli amici”. “Sì, te lo dico io cosa provano! Hai visto che occhi rossi? Si sveglia all’una e ciondola per casa tutto il giorno!”. “Devi avere fiducia in lui”. Questo è un dialogo fra i miei genitori, più o meno trent’anni fa. Quando il figlio ero io. Sono stato figlio, poi non-più-figlio e non-ancora-padre, poi padre. Di recente ho assunto le funzioni di padre-di-mio-padre, che una malattia ha reso dapprima un adolescente svagato (com’ero io) e ora un bimbo bisognoso di cure continue. Insomma, una gran confusione. A un anno di vita mi spaccai la testa su una pietra saltando da un balcone: quando aprii gli occhi vidi solo sangue, e fu il mio primo ricordo. Da ragazzo, camminavo sui parapetti del terrazzo di casa, al quinto piano; per rientrare per cena mi regolavo col sole, e a giugno potevo ricomparire anche verso le dieci di sera. Una volta trovai mio padre ad attendermi: senza dire una parola, mi trascinò in ascensore e mi riempì di ceffoni per tutta l’ascesa (cinque piani, appunto). Fu l’unica volta che mi picchiò davvero, e fece bene.

La successiva fase del ciondolamento e degli occhi rossi, invece, ebbe termine nell’agosto del 1980, sull’isola di Creta. Ero andato in vacanza per la prima volta da solo. Dormivo in una canadese, mangiavo carne in scatola e pane a cassetta. In compenso mi facevo molte canne. Durante un’escursione a nuoto, raggiunsi un punto della costa isolato e protetto da un’alta scogliera. Cosa c’era lassù in cima? Dovevo assolutamente andare a vedere. Verso metà dell’arrampicata mi accorsi che non potevo andare avanti; ma non riuscivo neanche a tornare indietro. Di saltare non se ne parlava: sotto c’erano scogli aguzzi. Spalmato su quella parete come un geco, mentre sentivo le dita dei piedi e delle mani cedere, riuscii a pensare solo che mio padre e mia madre si sarebbero tormentati per il resto della loro vita su quella mia orribile, misteriosa fine: ero stato vittima di un’aggressione? o mi ero forse suicidato? C’era così tanta infelicità in me che loro non erano stati in grado di cogliere? Dove avevano sbagliato? Poveri, cari, babbo e mamma! Non avrebbero mai e poi mai pensato la cosa più semplice: che ero un perfetto imbecille. Saltai, mi ferii un po’ sugli scogli, ma sopravvissi. Quell’episodio ha segnato un passaggio fondamentale nella mia vita. Per la prima volta mi ero immedesimato in mio padre: erano finiti i miei anni da figlio.

 

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“Quindi avresti preferito avere Joan Crawford come madre”. Ti voglio bene, ma smettila di morire

 

Sugli anni successivi sorvolerò, perché ho ricordi confusi: appartamenti condivisi, feste, piatti sporchi, feste, la scuola di cinema, feste. Un gran mal di testa. Non ho alcuna nostalgia per quel periodo: non ero più figlio, non ero ancora padre, ero libero, ma di quella libertà non sapevo che farmene. E invece poi la vita ti prende e ti porta dove devi andare: a me mi ha portato fra le braccia di Raffaella. Ogni tanto da certi scatoloni che abbiamo in casa spuntano delle fotografie: io e lei in una cucina bruttarella, le facce gonfie di stanchezza, i vestiti chiazzati dai rigurgiti dei figli. Ma nei nostri occhi c’è una luce che non saprei descrivere. Rintontiti, appagati, dimentichi di noi stessi. La bellezza di essere padre è proprio questa: che ti fa dimenticare di te. Sei tutto teso unicamente alla salvaguardia e realizzazione della felicità dei tuoi figli. E non c’è tempo per pensare. E allora dimentichi di mangiare, di dormire, accetti con gratitudine le stesse occasioni di lavoro che poi rifiuterai per noia e scrivi, scrivi coi figli in braccio, in bagno ed in cucina, di giorno e di notte per portare quei benedetti soldi a casa, e non te ne frega niente se gli amici ti sfottono perché sei un recluso, e ti perdi tutti i divertimenti; perché la tua vita è tutta lì, con loro. Sei al tuo posto, sei indispensabile. E sei anche felice, ma ancora non lo sai. Non indugio volentieri nella nostalgia. Ma a quell’epoca della mia vita ripenso con un certo struggimento.

Ancora adesso, che sono ancora un padre, ma meno indispensabile alla sopravvivenza dei miei figli, ricerco quel sentimento; mi offro da padre-vicario per chiunque mi voglia, per qualsiasi figlio trascurato in cerca di affetto e di protezione, di ascolto e di consigli, in uno slancio che sembra altruistico, ma non lo è. Pensare agli altri per non pensare a se stesso è l’unica salvezza. Invece di tempo per pensare a me stesso ne ho sempre di più. Sto intere giornate da solo, davanti a questo pc. E penso troppo a me stesso. I miei figli ogni tanto si prestano sbrigativamente a recitare quel vecchio copione: “Dove vai? Quando torni? Con chi sei? Copriti che prendi freddo. Hai dormito, hai fame?”. Loro si sporgono per un bacio affettuoso, ma con un’ombra di compatimento. Sono maggiorenni. Escono e rientrano quando vogliono, viaggiano da soli, dormono talora nelle loro camere, più spesso altrove. In quelle occasioni, io mi infilo nei loro letti, per sentire il loro odore. Eppure, in questo loro inevitabile allontanamento c’è una cosa che mi consola: presto, forse, saranno padre e madre anche loro, e io potrò occuparmi dei loro, di figli. Sarò padre-dei-figli-dei-miei-figli (giusto per non dire “nonno”), e sarò bravissimo, me lo sento. Il meglio deve ancora venire.

Francesco Bruni è sceneggiatore e regista

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