Esistenza minima

Madre e figlia a Città del Messico, la gioia semplice di essere vive e poi sotto terra a fare la questua

Esistenza minima

Vivono un’esistenza minima, confuse in una massa operosa, gentile, silente e miserabile che oscilla fra un minimo di venticinque milioni di persone e un massimo di ventotto, ma la cifra è per difetto. Stanno sempre sottoterra, come talpine dalle mani rosa antico. Quando è ancora notte e le tenebre fittissime del pre-tropico avvolgono l’escrescenze periferiche di una metropoli chiamata dai suoi abitanti El mostro, infagottate come cipolle bianche escono dal tugurio. I passi leggeri sulla terra battuta, il fiato impercettibile si fa condensa. Non si distingue nulla. Vanno nella modalità temporanea di orbe, ma non s’appenano, felici di vivere ringraziano la Madonna di essere nate. Sono la madre, il fagottino che respira, e la bambina di otto anni. La donna non supera il metro e quaranta, i lustri capelli corvini allisciati in due bande ai lati del viso; indossa una gonnella a ruota. La bambina ha un paio di fuseaux di cotone verde salvia sbiaditi, una specie di piccola coperta sulle spalle. Camminano in fila indiana sul pietrisco finché una luce lontana si fa sempre più vicina e approdano al capolinea dell’autobus urbano, che qui si chiama pesera e dove è molto frequente essere rapinati da almeno tre mariuoli, giovani sbandati annusatori di colla o benzina, che, armi spianatissime, minacciano gli sciagurati viaggiatori. E se qualcuna grida o protesta assestano rapide stoccate con il calcio delle pistole sulla nuca, mentre se uno si rivolta – e come il professore di liceo del mio giovine traduttore Rafael gli grida: “Sfaccendati andate a lavorare” – allora sparano e lo fanno secco. Il bussetto dopo almeno quarantacinque minuti di sobbalzi le scarica all’ingresso della metropolitana.

 

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Quello che spunta dalla pancia di Babbo Natale non è un cuscino del divano. Il bisogno di crederci

 

Qui, alla luce dell’acetilene, una bancarella vende piadine messicane farcite di purè di patate. La madre ne divide una con la figlia grande. Discendono nelle viscere della terra, camminano per lunghi corridoi infestati d’incredibili odorose mercanzie; sono nella sorgente della linea rosa, la più vecchia della città. La rosa corre sottoterra da Observatorio a Pantitlán. Al prezzo di cinque pesos, circa dieci centesimi, bimbi gratis, le due partono per un viaggio che durerà almeno dodici ore. Ogni fermata è rappresentata da un pittogramma, relativo al contesto urbano sovrastante ovvero di fantasia. Il nome delle stazioni è scritto piccolo piccolo, molti dei passeggeri non sanno leggere e quindi che si distingua o meno non ha importanza. Invece i disegni sono grandi e dolcemente ammiccanti. Si comincia con due bandiere al vento, segue un cavaliere, un tomo aperto, una fonte, quattro fiori tipo semi di carta, una cresta di piume tipo il copricapo azteco che molto somiglia a quello degli apache che da queste parti ci sono stati, la locomotiva – in un paese che non ha quasi treni – la paperella, indecifrabili palle impilate che ben potrebbero essere frutti, una tovaglia, il veliero, la fontana, l’obice, l’aquila reale, il campanone, il ponte sull’acquedotto, un ragno – ma non potrei giurarci – l’olla fatata. Gli ultimi tre pittogrammi sono indistinguibili, sbiaditi e impiastrati da un nerume.

La madre entra a passetti nel primo vagone, il fagottino che respira stretto al seno, la figlia di otto anni la segue trascinando i piedi, tenta goffamente di nascondersi dietro di lei. La donna si ferma e guardando gli astanti dritti negli occhi, con voce ferma, chiede tre volte scusa, spera di non arrecare disturbo ai passeggeri, e quindi dopo un istante di smarrito silenzio attacca a cantare una nenia lamentevole con voce malferma e stonata. I passeggeri seguitano a digitare messaggi sui telefonini, qualche signora ad onta della velocità del treno si mette il rimmel, qualcun altro beve lentamente il caffelatte da bicchieroni di plastica termica. Terminata la povera esibizione, la bambina vergognosa e timidissima percorre la carrozza offrendo un contenitore trasparente – già ricetto di yogurt intero – in cui raccoglierà la questua. Il treno si ferma fischiando nella stazione di Isabel La Católica, la gente erompe fuori dalle porte, anche la madre cantante e la bambina sono risucchiate dalla marea in fuga; finiscono sul marciapiedi. Orde di nuovi passeggeri. Lavoratori invadono la carrozza, se le porte faticano a chiudersi nerboruti poliziotti spingono i corpi dentro. E’ una fenomenale partouze messicana. Madre e bambina s’insinuano nella carrozza successiva, le segue a ruota il non vedente armato di chitarrino di guscio d’armadillo che intona Cielito lindo. Fa caldo sul treno. Nessuno fiata. Nessuno si lamenta. Sono educati i chalengos. La madre prima di riattaccare la sua nenia guarda la bambina, le sorride. Si vogliono bene.

“Costellazione familiare” (Adelphi) è l'ultimo romanzo di Rosa Matteucci

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