Padri

Sono il tuo papà, nient’altro che il tuo papà

Il respiro profondo di un rapporto intimo e frontale

Sono il tuo papà, nient’altro che il tuo papà

Edgar Degas, "La famiglia Bellelli"

Di recente ho pubblicato dei racconti, due dei quali hanno come protagonisti maschili dei padri. Nel primo caso, un uomo mite, introverso, che subisce la famiglia della moglie così come la personalità di lei, sino a quando il divorzio prima, la scoperta di una nuova possibile strada identitaria poi, non lo legittimano a manifestare una inedita sua natura: dolce, tenera, disponibile a un contatto più ravvicinato e personale con i suoi bambini. Il padre del secondo racconto è invece qualcuno che si trova ad affrontare il dramma di avere un figlio autistico. La madre cade in una profonda depressione quando il bambino è ancora molto piccolo, nel mentre l’uomo impara a interagire con lui, a decodificare l’universo alieno e misterioso che per un genitore il disturbo psichico di un figlio può rappresentare. Due figure di padri che hanno in comune l’uso di comportamenti non stereotipati, non soffocati da un ansiogeno voler corrispondere a modelli precostituiti. Uomini la cui autorevolezza deriva non dalla forza, ma dalla pazienza. Dall’essere stati in ascolto, anche del proprio bisogno di avere i figli vicino; e proprio grazie a quell’ascolto, in grado di comprendere quel che senza parlare i loro bambini stanno chiedendo.

“Sono il tuo papà, nient’altro che il tuo papà”, il secondo padre risponde al figlio autistico che ossessivo insiste a voler sapere se sia lui il suo vero genitore. Una risposta stremata, ma verosimile. Un dare parole a come ci si può sentire per davvero. Perché ai figli, tra i più bei doni che si possano offrire è non celarci. Crescere accanto a loro, con loro, essendo noi: noi stessi. Con i nostri gusti, talenti, e sconfitte, e gioie, e contraddizioni. Forse perché non ho il privilegio di vivere accanto a un rappresentante della categoria, osservo molto i padri. In strada, nei parchi, davanti alle scuole la mattina presto e alla fine del pomeriggio. Al ristorante, in viaggio e in vacanza. Vedo uomini più e meno giovani, più e meno “navigati”, destreggiarsi in questo ruolo che tutto mi lascia presumere essere (come e diversamente dal mio, di madre) meravigliosamente difficile. Quando soli con i loro figli, certi papà mi paiono timidi, impacciati. Ma nella maggior parte di loro, è un tratto opposto a colpirmi. La disinvoltura, ora che è dato loro di respirare profondo, e finalmente essere come gli pare. E’ qualcosa di intimo, fare i genitori. Vi si addensa la “materia prima” della nostra storia di vita. Rivisitiamo attraverso il nostro essere madri e padri, i figli che siamo stati. L’amore che abbiamo sentito di ricevere, quello la cui mancanza ci ha segnato. Pieni e vuoti che come marchi si imprimono sulle nostre relazioni, compresa quella di cui i figli sono “il frutto” (che è anche il seme, a pensarci bene: un figlio, di un incontro non è solo conseguenza: anche invisibile prologo).

 

 

Storia di Bana e di sua madre, che raccontavano l’assedio di Aleppo

“Qualcuno mi salvi”, chiedeva Bana, nascosta fra il letto e la porta, ma dicevano che era un fake

Tra le forzature cui un nucleo famigliare obbliga, c’è la vigilanza da parte del partner: qualcuno il cui sguardo è amoroso e complice nel migliore dei casi, ostile nel peggiore, piuttosto invasivo sempre. Dal coniuge veniamo di continuo giudicati per come educhiamo i bambini (poi ragazzi), per le forme attraverso le quali comunichiamo loro amore, rimprovero, nervosismo, soddisfazione. Siamo costantemente osservati, messi in discussione, criticati. Scruto i molti padri evidentemente più liberi quando soli con i loro figli e figlie, e mi interrogo. Cosa li impedisce di sentirsi sempre così? Così saldi nel loro ruolo genitoriale, severo se necessario, ma forte di un amore attento, maturo, composto di incondizionata accoglienza? A inibirli, mi viene da pensare, sono spesso proprio le donne: le loro compagne, e prima ancora le donne che sono state le loro madri. Donne pensate (o che si pensano) come depositarie delle armonie famigliari, mediatrici di tutti i legami e le relazioni, e che da simili presunte capacità di intercessione traggono forza, linfa, ispirazione domestica. Confinando così i padri a un ruolo prefabbricato, scollato dai figli, i rapporti coi quali procedono non intimi e frontali come dovrebbero. Esattamente come le madri, i padri loro anche hanno bisogno di sentirsi necessari – registi di dialoghi, artefici di comunicazione. Sapere farsi da parte così che il proprio uomo (o ex uomo) sia libero di costruire la sua identità di genitore, dovrebb’essere naturale dimostrazione di rispetto da parte di una donna nei confronti dell’uomo che è il padre dei suoi figli.

Ma molto spesso così non è. Si dice che le madri diano le radici, i padri le ali. Le madri l’accudimento, la protezione, i padri l’autonomia, il riuscire a diventare, una volta cresciuti, esseri indipendenti nel grande mondo. Se la distinzione è vera (ho qualche dubbio al riguardo), mi fa tornare in mente un verso che ho sempre molto amato, di Juan Jiménez. “Perché le ali mettano radici, e le radici volino”, recita. Che si potrebbe tradurre: perché i padri trovino più tenerezza, e le madri lascino andare l’ossessione del controllo.

L'ultimo libro di Lisa Ginzburg è la raccolta di racconti “Spietati i mansueti” (Gaffi editore)

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