Padri

La presa della Torre

L’importanza dell’avvitatore elettrico nella conquista del mondo dei grandi, e una nuova solitudine

figlia

"Claude Renoir mentre gioca", Renoir

Il giocattolo preferito di mia figlia è l’avvitatore elettrico, una specie di pistola con cui ho montato la Torretta, mobile di osservanza montessoriana che le permette di arrivare da sola a un mondo altrimenti inaccessibile, il Su. Prima della Piccola ignoravamo l’esistenza della Torretta, ma le assidue ricerche per educarla all’autonomia, per farla dormire, mangiare, sentire bene in ogni modo devono aver detto all’algoritmo di Facebook: “Ehi, questi due sono pronti”, e giù di link sponsorizzati. Siamo stati clienti ideali: i produttori sono due giovani startupper dell’entroterra ligure (lei, lui, giovanissimi, tre figli, un passato da lavoratori stressati a Milano e la fuga in provincia con relativo benessere pauperista, la scoperta di quanto sia bello fare i falegnami), ci hanno subito convinto, abbiamo pagato in anticipo e aspettato l’enorme scatola che contiene il parallelepipedo di legno che funziona da pulpito su cui il bambino può salire in libertà e fare cose altrimenti destinate al mondo dei grandi. Con la presa della Torre, il Su, ormai colonizzato, ha perso di interesse. Sul tavolo, sopra il piano della cucina accadono cose che quasi subito le sono sembrate banali. Sminuzzare le verdure, metterle nel Bimby, apparecchiare sono diventate in un attimo azioni sempre uguali e accessibili.

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Insomma, ha smesso di lanciarsi su di noi con presa da koala e si è messa a fare le sue cose, Su. Ha capito che la Torre da cui ci scruta con fare svogliato può essere un fine e non un mezzo e inizia a utilizzarla a mo’ di palestra dei marines, di quadro svedese, di garrota. Noi genitori timorati dalla Montessori la lasciamo giocare da sola, ammirati e commossi, mentre cuciniamo e sparecchiamo in solitudine. La Piccola ha capito che deve questo vantaggio di autonomia all’avvitatore elettrico. L’avvitatore l’ha liberata dal bisogno dei due supporti umani che adesso non le servono perché la Torre è palestra di vita. L’avvitatore è la pistola fumante della nostra ricerca della felicità. Ecco, penso, siamo tutti contenti perché è indipendente e può fare a meno di noi. Però, dopo sedici mesi di vita e di controllo assoluto sul suo corpo ci è evidente che crescere un figlio significa addestrarlo a stare senza i genitori e che da ora in poi sarà solo questione di tempo. Questa consapevolezza mi si insinua dentro come una mosca nella zanzariera ma cerco di scacciarla. Sto riponendo l’avvitatore nello scaffale in alto quando mi chiama una mia amica: Ma lo sai, mi fa, che Mariella non vuole più stare con suo figlio, il piccolo Daniele? Da quando è finita con Diego trova ogni scusa per mollarglielo, anche in estate e a Natale, per non parlare dei fine settimana che iniziano di mercoledì. Non ti sembra un segno dei tempi? Che i figli si vogliono fare ma non crescere? Le rispondo: tu hai due gemelli, il part time e un marito ricco che ti ama, il tuo è un giudizio da femmina annoiata. No, dice lei, è già la terza storia che sento.

Appena i piccoli crescono queste aquile da nido vuoto diventano rondini, mollano baracca e burattini, convinte di avere un credito per la giovinezza sacrificata sull’altare del figlio. Vabbè, le dico, se è per questo i padri non ci sono mai stati. I padri al massimo ci capitano nell’educazione della prole, la impongono o la subiscono. Sopravvivono grazie al lavoro, al calcetto, al giovedì con gli amici. Infatti!, però adesso insieme ai figli non ci vogliono stare neanche le madri. Quando perdono il controllo della vita degli altri rivogliono indietro la propria. I figli ti bloccano e adesso tutti vogliono l’aperitivo, il sesso alla youporn, i viaggi per fare invidia agli amici su Facebook… Poi chiude perché deve allattare. Torno in salotto e spio madre e figlia che giocano. Si guardano di un amore esclusivo, irripetibile e irrinunciabile. Penso che no, non la puoi prevedere la vita, che diventare genitori ti macina tutto il grano che hai e poi devi sapere cosa farne di tonnellate di farina se non ci hai fatto il pane nel corso degli anni. Mi viene una paura matta di perdere tutto, di ritrovarmi a vivere da pollo, altro che aquila. Dallo scaffale in alto riprendo l’avvitatore e torno in sala con la ferma intenzione di smontare la Torre dell’indipendenza e tenere la Piccola in casa con noi fino a 40 anni, perché in fondo la Montessori mica lo ha cresciuto lei suo figlio Mario. Deve essere stata una madre terribile, la Montessori. Impugno l’avvitatore per smontare la Torretta e metterla in cantina, ma appena la Piccola sente il ronzio elettrico mi raggiunge, me lo strappa di mano e lo sistema sul divano, vicino a Orsetto. Noi la guardiamo, inebetiti d’amore, mentre lei conficca la punta metallica nella testa di pezza del suo amico d’infanzia. Il tempo per stare insieme è davvero poco e i figli troveranno da soli la soluzione a domande che neanche immaginiamo. Ci lasceranno comunque, è solo una questione di radici e di ali.

Michele Rossi è responsabile Narrativa Italiana Rizzoli

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