Figlia+bikini+inverno

Volevo essere: Silvia-che-ha-avuto-due-bambini. Ma loro sono diventati adolescenti e io madre

figli adolescenti

Per i primi quindici anni della vita dei miei figli ho lottato strenuamente per non farmi schiacciare da una parola che, se non l’avessi tenuta lontana, sono sicura si sarebbe seduta sopra di me, trasformando la persona che ero sempre stata in un poster, un cartonato, insomma in qualcosa a me somigliante, sì, ma a una sola dimensione. Questa parola è madre. Non volevo essere una madre, volevo essere Silvia-che-ha-avuto-due-bambini. Tutta un’altra cosa. Quindi niente caffè fuori dall’asilo con le altri madri (perché dobbiamo socializzare? Perché i nostri figli sono nella classe arancione?), nessuna frequentazione di comunità virtuali in cui il tema fossero i figli (erano gli anni in cui ogni primipara sentiva il bisogno di aprire un blog), nemmeno una foto di quei due sul pannello di sughero, dietro la scrivania. Ce l’ho fatta – sembrando strana, forse fredda, sicuramente antipatica alle altre madri – fino a una sera di un paio d’anni fa, una sera come tante in cui la mia bambina grande era al cinema vicino a casa con la sua amica del cuore. Doveva tornare alle undici, e invece alle undici mi ha chiamata e mi ha detto: “Mamma, ho fatto una cazzata”. L’adolescenza di mia figlia si è annunciata così, con uno squillo del cellulare.

Quella sua ammissione di colpa (una colpa piccola: non era andata al cinema) è stata l’estremo scampolo della sua infanzia, quella telefonata l’ultimo atto di riconoscimento della mia autorità. Non so bene cosa sia successo, dopo: i ricordi si sono fatti tumultuosi e confusi. So soltanto che a un certo punto ho avuto la sensazione di essere in guerra. Intendo la sensazione fisica di un elmetto in testa, sonno lieve e disturbato, ansia, trincee, freddo della madonna. La Prima guerra mondiale della mia vita, insomma. E’ stato lì, sul mio Piave, che mi sono per la prima volta guardata dentro e poi, subito, intorno, per vedere se ci fossero commilitoni a cui chiedere un goccio di grappa da una borraccia, una spalla su cui appoggiare la fronte, uno sguardo che dicesse: lo so, coraggio, poi passa. A farmi madre non sono stati il parto, l’ingorgo mammario e la sfinente lentezza dell’introduzione degli alimenti durante lo svezzamento, ma le porte improvvisamente sbattute, le urla assordanti come esplosioni, certe cecagne che ti prendono verso l’una di notte quando aspetti che rientrino, ma non vuoi, non puoi, dormire perché quando apriranno – piano – la porta, dovrai verificare con un solo rapido sguardo che, in quelle poche ore fuori casa, i tuoi figli non si siano trasformati in fumatori di crack, alcolisti, satanisti. A farmi madre è stata la fatica di ritrovarmi per casa due teenager. “Madre di adolescenti” è anche quello che ho scritto sulla mia bio di twitter. Più che una sintesi di me, una sorta di avvertenza, la richiesta, a chi mi legge, di perdonare quel tweet non proprio brillante, quell’altro sopra le righe, quell’altro ancora decisamente idiota. “Forse le sono rientrati tardi i figli”, vedo follower bisbigliare all’orecchio di altro follower. “Ah, già, poverina”. Ho cominciato a guardare le altre madri negli occhi, a distinguere – senza basarmi sull’età, che non è più indicativa di nulla – l’occhiaia da “colichetta delle diciotto” da quella “psicodramma a cena”, a voler bene a tutte, le une e le altre, a invidiare moltissimo le prime, mordendomi la lingua per non spoilerare come va a finire, lasciandole libere di cullarsi nella convinzione che sono i primi mesi i più difficili di tutti.

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Ho cominciato a cercare su google cose tipo “figlio+occhi rossi+canne?” e “figlia+bikini+inverno+scuola” e a trovare delle risposte, del conforto, madri molto più disperate di me che, ammettiamolo, è sempre una cosa che fa piacere. Non ho dei figli particolarmente problematici, ho soltanto dei figli che non sono più le persone che mi giravano per casa prima. “Prima” è diventata una specie di Arcadia, l’èra felice e facile della vita. Prima mi amavano tantissimo, si lasciavano abbracciare, si sedevano sul divano accanto a me a guardare i documentari del National Geographic, venivano ai musei, leggevano un sacco di libri. Prima pensavo di aver fatto proprio un bel lavoro, con loro. Ma non ero io a essere stata brava, erano loro a essere ancora bambini. Il tempo e la pratica mi hanno insegnato delle regole di sopravvivenza. La mia regola numero uno è: stai ferma. C’è una scena nei “Predatori dell’Arca Perduta”, in cui Indiana Jones è stato fatto prigioniero e legato a un palo insieme a Marion. I nazisti hanno trovato l’Arca e la stanno per aprire. Jones sussurra a Marion: qualsiasi cosa succeda, tu non guardare. Un istante dopo soffia un vento furioso, spiritelli bianchi e cattivi escono dall’Arca, gli stupidi nazisti guardano e si sciolgono. Jones e Marion sopravviveranno. A volte mi sento così, nell’occhio di un ciclone in cui volano parole grosse, calzini spaiati, brutti voti, silenzi abissali, domande senza risposte e io devo stare immobile e semplicemente aspettare che tutto passi. Quando ero Silvia e basta e poi anche Silvia-che-ha-avuto-due-bambini sognavo di doppiare in barca a vela Capo Horn, sfidare i 40 ruggenti e i 50 urlanti. Adesso che sono diventata una madre scruto l’orizzonte e mi convinco che, anche dopo una tempesta ormonale, torna sempre il sereno.

Silvia Nucini è giornalista di Vanity Fair e scrittrice

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