Cane buonissimo, noi salviamo te, però tu adesso salvi noi

Vorrei che mia figlia si ricordasse che un giorno ho detto: forza, andiamo a prendere questo Fix

Annalena Benini

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Cane buonissimo, noi salviamo te, però tu adesso salvi noi

Illustrazione di Judith Kerr, da “Una tigre all’ora del tè” (Mondadori ragazzi)

Così alla fine, con l’ostinazione dei suoi dieci anni, lei ce l’ha fatta: è domenica mattina, è presto e stiamo andando al canile, noi quattro in macchina, più la signora di Google Maps che si innervosisce perché sbagliamo strada e lei deve ricalcolare tutto. Anche noi due adulti siamo nervosi, mio marito dice: sarà un disastro ed è colpa tua, io quasi urlo, rivolta ai sedili dietro: comunque niente regali di Natale quest’anno, fine delle richieste, fine di tutto. Andiamo a incontrare un cane, piccolo ma secondo me non abbastanza piccolo, che ha già un nome datogli da chissà chi, Fix, che ha già due anni o forse tre, che cerca una casa e la ragione per cui quella casa dovrà essere proprio la nostra, che già ospita un gatto che ha in odio il mondo, è la vittoria di mia figlia: per anni si è fermata ad accarezzare e ad amare tutti i cani per strada, e si è concentrata così tanto su quel desiderio che tutto il resto della vita stava impallidendo, tutte le altre cose belle diventavano meno belle, meno importanti: andare al cinema, stare con gli amici, perfino andare a casa dei compagni che hanno i cani; da quei pomeriggi tornava sempre con un velo di malinconia, in mano il suo sogno ancora intatto e lo struggimento per qualcosa che nelle altre case esisteva e nella nostra no. Ogni due parole, la parola cane. In ogni film, in ogni gioco, in ogni invenzione, in tutti i compiti per casa spunta sempre un cane, un canile, una vita in campagna piena di animali, e la domanda, e la speranza: e noi quando? Sul suo telefono, sul suo diario, ha solo foto di cani. Ha creato un gruppo famiglia su whatsapp, con i nonni, la zia, tutti, e ha messo la foto di un cane e un gatto che si abbracciano.

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Sono stata una figlia impossibile, ma veneravo mia sorella. Di colpo lei era madre, e io allora chi ero?

Io ho paura, dentro questa ossessione, di essere indicata come la madre che ha tenacemente proibito l’adozione di un cane, e che un pomeriggio a Napoli stava per comprare un coniglio grigio in un negozio di animali e poi invece ha detto: vabbè torniamo dopo, sapendo benissimo che il negozio stava per chiudere. Una volta ho perfino proposto seriamente, al posto di un cane, una lucertola in un erbario, e mia figlia lo racconta a tutti divertita, ma so che quello che la diverte adesso fra qualche anno le sembrerà orribile: allora ho detto sì a un cane, con la speranza che un giorno, all’improvviso, quando litigheremo per tutto, o quando mi troverà noiosa, vecchia, arresa, quando non mi risponderà al telefono, quando io le chiederò di cenare insieme e lei dirà che non ha tempo, si ricorderà di quella volta del cane. Mio padre non voleva, lei dirà nella mia immaginazione, diceva che non abbiamo spazio, non abbiamo un giardino, non abbiamo un balcone, non abbiamo tempo, non siamo capaci, ma mia madre si è alzata in piedi e ha detto: forza, andiamo a prendere questo cane. Vorrei che si ricordasse proprio che mi sono alzata in piedi, che ho detto: forza, e anche che ho aggiunto: però al canile.

Ma adesso dentro questa macchina l’esaltazione per il mio misero eroismo è completamente sparita, mio marito ha detto che non porterà fuori il cane neanche quando io avrò la febbre a quaranta, mio figlio ripete solo che vuole andare al bar a mangiare un cornetto, mia figlia è paralizzata dall’emozione e quando arriviamo al cancello e sentiamo abbaiare quattrocento cani tutti insieme e una signora ci viene incontro gridando che Fix è nel suo box, sento che non potrò tornare indietro mai più. Avanziamo, tutti e quattro, stringiamo mani di volontari bravissimi e attenti a scovare nei nostri occhi la paura o l’inconsapevolezza dell’impegno, io fingo un’allegria che sento essere svanita per sempre, ci infanghiamo fino alle ginocchia perché non abbiamo gli stivali di gomma, e mia figlia urla: “Eccolo!”. Mi volto e vedo, in lontananza, una salsiccia al guinzaglio. Una grossa salsiccia con le zampe a pois, e non ho mai visto una salsiccia correre così veloce. E’ anche più grande di come me lo immaginassi, in bocca tiene una pallina da tennis tutta masticata e ride. Non avevo mai visto nemmeno una salsiccia che ride, mi chiedo se riderà anche quando il nostro gatto gli salterà in faccia. Provo a dire che comunque noi non abbiamo un giardino, e abbiamo un gatto, che insomma ci sono degli impedimenti, abbasso gli occhi, mi vergogno della mia speranza: che mi dicano allora no, senza giardino non possiamo darglielo, questa enorme salsiccia ha bisogno di correre.

Ma le volontarie, da cui sono completamente soggiogata come da tutte le persone decise e sicure, ridono delle mie perplessità. Signora, ma crede che un cane preferisca stare da solo in un giardino o avere una famiglia con dei bambini che giocano con lui? Oddio che domande, non lo so! Un appartamento, lo smog della città, la sporcizia di Roma, i vetri per strada. Mi rendo conto di stare diventando lo zimbello del canile, quindi sto zitta, ricoperta di fango, e guardo i bambini che giocano con Fix e gli tirano la pallina. Giulio non ha più fame di cornetto, Benedetta mi dice: lui mi stava aspettando, sapeva che sarei arrivata. E gli occhi le splendono e si fa leccare tutta la faccia e dice che Fix dormirà a letto con lei, e lei non avrà mai più paura del buio, e spruzzerà un profumo speciale su di lui e sul gatto, così si annuseranno e si riconosceranno, diventeranno amici. Mio marito dice: sarà un disastro, è tutta colpa tua, però come salsiccia è simpatica. Quando riportiamo Fix nel box, per metterci sopra il cartello: in adozione, leggo sul suo cancelletto: cane buonissimo. Cane buonissimo, noi facciamo finta di salvare te, così tu adesso salvi noi.

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