Il Figlio

Oggi è una bruttissima giornata, mia sorella è diventata seria

Lui torna da scuola saltellando, ma lei gli dice: abbassa il volume, non vedi che sto facendo i compiti?

Annalena Benini

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Oggi è una bruttissima giornata, mia sorella è diventata seria

Illustrazione di Giulia Orecchia per “Mia, tua, nostra”, nuova storia per bambini di David Grossman (Mondadori, 48 pagine, 13 euro)

La mattina si sveglia ed è già arrabbiato. Si alza e dice: oggi è una bruttissima giornata. Fa colazione, mangiando una quantità enorme di biscotti che devono essere sempre gli stessi, e sempre ricomprati in tempo, altrimenti dirà che la giornata è non solo bruttissima, ma è proprio la più brutta di tutta la sua vita, e che lui non farà mai più colazione anche se ci sono altri otto pacchi di biscotti, che però sono diversi da quei biscotti suoi, e lui vuole solo quelli: se si va all’estero, infatti, bisogna portare i biscotti da casa. Dopo colazione, dopo questo sconsiderato numero di biscotti alla nocciola che nessuno osa vietargli per non farlo infuriare, lui va a sedersi sul divano, in pigiama, a braccia conserte. In quei venti minuti in cui stiamo tutti cercando di fare la doccia, bere il caffè, preparare gli zaini, trovare il quaderno di Geografia, trovare l’altra scarpa, trovare le chiavi di casa, lui sta seduto e aspetta che qualcuno gli dica, passandogli davanti di corsa: “Ehi Giulio, come va?”. Lui non scioglie le braccia conserte e risponde di solito: male, grazie.

E’ così ogni mattina, da qualche mese, tranne il sabato e la domenica: il sabato e la domenica sono i giorni in cui Giulio non va a scuola, ma soprattutto sono i giorni in cui nemmeno sua sorella va a scuola e ha più tempo per giocare, litigare, fare a botte con lui. In quei giorni, e nei pomeriggi senza compiti (quasi nessuno), Giulio torna allegro, canta, fa le capriole sul divano, oppure fa la lotta con se stesso davanti allo specchio e vince. Da settembre però è stato travolto da uno smarrimento, da una solitudine che nessuno di noi aveva immaginato: la sua esistenza alle prese con la sorella in prima media. Una sorella piena di compiti, travolta anche lei da un mondo nuovo, in cui l’unico obiettivo è arrivare a sera avendo preparato la verifica di Matematica, ed essendo riuscita a ricordare: corpus iuris civils, e anche: Giustiniano. Così Giulio torna a casa da scuola, il pomeriggio, saltellando perché a sette anni si torna a casa saltellando, e si trova davanti sempre la stessa scena: una sorella china sul tavolo a fare i compiti, o china sul telefono a rispondere ai messaggi della chat di classe. Un’altra sorella, una persona diversa, cambiata, tesa, preoccupata, a volte perfino disperata. Soprattutto: seria.

Lui si lancia sul divano e accende la tivù. “Giulioooo abbassa il volume!”, tutto il mondo gli grida. E lui lo abbassa e mugola e si sdraia per terra sotto la tivù. Poi spegne la televisione e prende l’iPad, restando sempre sdraiato per terra. “Giuliooo abbassa il volume!”, di nuovo tutto il mondo gli grida. E lui lo abbassa e mugola. Ma ogni tanto si alza e va da sua sorella con lo sguardo illuminato, pieno di speranza, perché è successo qualcosa di memorabile: ha stabilito un nuovo record di monete d’oro o ha ammazzato il drago con la spada laser, e solo lei può capire l’importanza di questo momento, solo lei l’ha sempre capito, l’unica della famiglia a sapere che il drago laser è un livello altissimo, impressionante, e che ucciso il drago si può davvero raggiungere qualsiasi traguardo nella vita. Lui arriva così illuminato, sventolando l’iPad che infatti ha il vetro pieno di crepe e di scotch, e lei gli punta addosso uno sguardo duro: “Giulio ma non lo vedi che sto facendo i compiti?”. Lui allora dice: “Mamma miaaaaa” e torna a sdraiarsi sul pavimento, mugola, prende dei pupazzetti e fa pock sock twing, twwww, li fa lottare, tutto solo, mentre lei risolve le espressioni e beve un succo di frutta con la cannuccia, e controlla i messaggi in chat dei compagni di classe: lui le lancia delle occhiate, ma non dice niente. Lei non alza più lo sguardo.

Stanno lì, nella stessa stanza e nelle loro solitudini parallele e nuove, nei loro mondi improvvisamente diversi e lontani, e anche se con Giulio c’è un amico per giocare, o se arriva a casa tardi perché è stato a una festa, lui corre di nascosto da uno di noi e chiede sottovoce: “Benedetta ha finito i compiti?”. Non lo chiede più direttamente a lei, perché ha paura che lei si arrabbi, ma lo chiede sempre, non riesce a capacitarsi di questa vita silenziosa, in cui bisogna abbassare il volume di tutto e aspettare il sabato per strangolarsi a vicenda e lanciarsi dal letto a castello in alto sopra i pupazzi messi sul pavimento. E per questo ogni mattina si alza già arrabbiato e dice: che giornata bruttissima. Anche: che schifo la scuola. Che non è la sua scuola, dove gli piace andare, ma è quell’altra scuola, che gli ha rubato sua sorella. Lei non aveva mai detto prima: abbassa il volume, perché alzava sempre il volume al massimo. Non si faceva sfuggire neanche una spada laser. Lei gli ha spiegato tutti i giochi dell’iPad, lei lo ha truccato da zombie ogni anno per Halloween, gli ha strappato la maglietta e ci ha versato sopra il mio smalto per le unghie per fare il sangue. Lei gli ha assicurato che Babbo Natale esiste, anche dopo aver capito che non esiste. Lei lo ha fatto entrare nei gruppi degli amici più grandi. Lei gli ha insegnato a giocare a Sardina. E adesso? Adesso, Giulio, andremo tutti insieme al canile, sei contento? No. Ma come no? No, non voglio nessun cane. Ma era il tuo sogno. No, è il sogno di mia sorella. Io voglio un altro gatto, oppure un’altra sorella, ma che sia solo mia: la chiamerò Zebra. Non andrà mai a scuola.

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  • marco.ullasci@gmail.com

    marco.ullasci

    23 Dicembre 2016 - 10:10

    In casa mia questa scena non si verifica: mio figlio col passaggio in prima media studia meno di prima (e si vedono le conseguenze) e continua a giocare con la sorella minore.

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