La vendita del Milan e quel discorso segreto tra Berlusconi e Galliani

"Odo già l’orribil favella del Catai uscir da quella fiera bocca, cui non si convien più dolci salmi", dice l'ex ad,  “'Folza Miran' dice colui, e l’aere nostro e la mia mente imbruna", risponde il Cav.

La vendita del Milan e quel discorso segreto tra Berlusconi e Galliani

Foto LaPresse

Silvio de’ Berlusconi, lo Cavalliero per antonomasia

Adriano Galliani, gran ciambellano rossonegro

Galliani: Silvio mio, benché ’l mio parlar sia indarno…

Berlusconi: Deh, non favellar, Adrian, fedel compagno.

Galliani: Durami l’ismarrimento nel lago del cor, e pace non truovo.

Berlusconi: Temp’è omai che ciascun dovrebbe calar le vele e raccoglier le sarte.

Galliani: Ah, inestinguibil duolo! Atroce piaga nel petto mi s’apre.

Berlusconi: Vien qui, Adrian mio, ragiona un poco meco.

Galliani: Ragionando il duol si disacerba? Nol credo, sire mio.

Berlusconi: Torna a tua scienza, o ciambellano de’ più verdi nostr’anni.

Galliani: Io son Gallian, che ploro e vo imprecando.

Berlusconi: A che pro? Persa è la santa guerra, il Catai ne ha presi.

Galliani: Sento i messi di Morte…

Berlusconi: D’uopo è raffrenar le lagrime e gir con la mente agli antichi giorni. Questo sol ne resta.

Galliani: Silvio, rimembri ancor?

Berlusconi: De l’alto Arrigo che rivoluzion fece nel giuoco de la sfera, di Fabio Massimo dal fier cipiglio, di re Carlo e de’ suo’ imperscrutabil rai, vegnonmi a trovar le care imagini e notte e dì.

Galliani: L’essercito più titulato al mondo fummo, e siam.

Berlusconi: Auree sfere li nostri campion recaron d’ogni plaga: i duo divin pedatori di Fiandra, il superbo negro liberian, colui che di Scizia venne, l’amato garzon brasiliano.

Galliani: Dietro la memoria non sa ire: in tristo humor vo li occhi consumando.

Berlusconi: Nol far, calvo sodale. Ancor al catalogo mancano gli eterni capitani, che il tre e il due volte tre sulle lucide armature molt’anni portaron.

Galliani: Lasso! Tutto ’l dì piango, e raddoppiansi i mali.

Berlusconi: Innumeri cavallieri mi sovvengono, che l’insegne nostre onoraron nelle fulgide imprese.

Galliani: Sei lustri passaron dal dì che dal ferreo grifon sul fatale suol mediolanense scendesti, a miracol mostrare.

Berlusconi: Un’ultima fiata risguardiam gli spalti vuoti, i palchi deserti, il Meazza liberato.

Galliani: Ahi cruda vista!

Berlusconi: Qual mio destin, qual forza o qual inganno, mi riconduce disarmato al campo, là ’ve sempre vittorioso fui?

Galliani: O fortunata rossonegra progenie, di quanti triunfi debitrice sei di Silvio il Grande!

Berlusconi: Io nol so ripensar, nonché ridire: ché né ’ngegno né lingua al vero agiunge.

Galliani: Odo già l’orribil favella del Catai uscir da quella fiera bocca, cui non si convien più dolci salmi.

Berlusconi: “Folza Miran” dice colui, e l’aere nostro e la mia mente imbruna.

Galliani: Perì di noi gran parte: questo che avanza è sol languore e pianto.

Berlusconi: Fornita è l’opra, terminati i giorni. Gircene conviene, Adrian, ché gran doglia è il restar. Antigua n’attende.

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