B.LIVE, bullone di vita

Storia di un giornale che è un giornale vero, ma fatto da ragazzi malati che “ci credono”

B.LIVE, bullone di vita

Nel numero di maggio c’è il racconto di una riunione di redazione itinerante svolta nelle carceri di Opera e di Bollate, incontrando i detenuti; i resoconto di un pomeriggio con Andrea Cardillo dell’Innovation Center di Microsoft; l’intervista a Giuseppe Caprotti, primogenito di Bernardo, il signor Esselunga; racconti di ragazzi e di genitori che combattono con malattie complicate. Il formato è tabloid e la grafica e i caratteri di stampa, a partire dalla testata, ricordano qualcosa di giornalisticamente molto milanese. La particolarità del giornale è che è ideato e prodotto da ragazzi affetti da gravi patologie croniche – oncologia, sieropositività, malattie genetiche. Si chiamano “B.Livers”, perché sono quelli che partecipano all’esperienza di B.LIVE (“Essere, Credere, Vivere”), un progetto nato nel 2012 dalla Fondazione Near Onlus proprio per occuparsi di giovani con questo tipo di malattie. E che – tra i 15 e 25 anni – sono di fatto abbandonati a se stessi, in termini non clinici ma di “percorso esistenziale”, perché non sono più nella fascia pediatrica e non sono “adulti” con un proprio percorso strutturato alle spalle. All’inizio di tutto c’è Roberto “Bill” Niada, imprenditore della moda (Napapijri, una tra le altre cose in cui ha messo le mani nella sua precedente vita) che nel 2004 ha perso la figlia Clementina di quattro anni. E ha deciso che era il momento di occuparsi di altro, di qualcosa divenuto più importante. B.LIVE nasce come un contenitore di attività e laboratori, perché non c’è niente come “mettersi al lavoro” per salvare la vita, per provare a vivere. La capacità imprenditoriale e i rapporti nel mondo (della moda e altrove) non mancano. Lo scorso anno i B.Livers hanno realizzato un “Techno Chic Parka” prodotto con Max Mara, hanno prodotto bag (vendutissime) per Coccinelle. E altro ancora.

 

Poi, l’idea che c’erano anche cose da raccontare. Di sé, non solo di sé. Il giornale “assomiglia” al Corriere della Sera perché nel maggio del 2015 trenta ragazzi – seguendo il filo di un’intuizione e di un desiderio maturato cammin facendo, quello di raccontare storie positive partendo dall’esperienza della malattia, del disagio, perché “chi ha visto la morte in faccia e l’ha conosciuta, ha più pudore nel trattare certe notizie” – erano entrati in via Solforino. Per proporre un progetto, “Il Bullone della Sera”. Entusiasmi, idee, ipotesi di un numero unico, un esperimento. Qualche tempo dopo, uno degli “adulti” che collabora al progetto riunisce tutti e dice: “Ragazzi, non ci giro attorno: con il Corriere non si fa più niente. Non è possibile creare una collaborazione continua, soprattutto se vogliamo fare un giornale con uscite regolari”. Delusione, ma niente di che. Dopo un po’ di riflessioni, il giornale si farà lo stesso. Il Bullone – si chiama così – esce mensilmente dal 2016. A fare da anima, oltre che da direttore responsabile, è Giancarlo Perego, ex cronista e capo della Cronaca di Milano del Corriere della Sera, che ha fatto di questa avventura molto più che che un semplice volontariato. Monzese, ha trovato a Monza una grande tipografia, Monza Stampa, che con altrettanto entusiasmo stampa gratuitamente il Bullone. Che ora ha 32 pagine, viene distribuito in abbonamento e diffuso gratuitamente in 3.000 copie ad associazioni, enti, ospedali. Ed è pensato, scritto, ideato, messo in pagina da questi giovani che hanno deciso di “crederci”.

 

Il libro collettivo (non compaiono autori, se non i B.Livers), nasce da un’idea editoriale di Sperling & Kupfer, pubblicato in primavera con il titolo tolkieniano “La compagnia del Bullone”. Racconta in forma di diario di bordo, in forma di racconto sceneggiato, un po’ come una sbobinatura di un blog, questa storia iniziata due anni fa e portata avanti con tenacia e coerenza ideale, e anche formale, che è una storia che coinvolge “ragazzi” e “adulti” (gli adulti vengono chiamati così)

Il libro racconta questa storia, che è l’esperienza vissuta da cui nasce il Bullone. Ma conoscerla è anche un interessante spaccato di un universo, di un tessuto sociale, che a Milano è molto diffuso e operativo anche se non sempre conosciuto e riconosciuto. Quello onlus, delle charities, delle iniziative di volontariato sociale che nascono e sono condotte – sarà lo spirito della città – con capacità imprenditoriale e come iniziative private, lontani dai tradizionali schemi assistenziali o pubblici.

 

Attorno a realtà come i B.LIVe, e alla onlus Near da cui nasce – c’è una capacità tutta meneghina di creare retiu, di coinvolgere testimonial, donatori, attivare circuiti virtuosi di cui la storia del Bullone è uno, non certo l’unico, esempio. Il libro ha una dedica, “Ai nostri amici sopra le nuvole”, i ragazzi che hanno partecipato a questa esperienza, senza aspettare che la malattia avesse la meglio.

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