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Come appare quest'occidente instabile agli occhi giapponesi

Giulia Pompili

Il mini tour europeo di Shinzo Abe, il rapporto con The Donald e le Coree. Parla il portavoce Maruyama

Roma. Parlando con i giornalisti prima di lasciare il Giappone per un mini tour europeo, dall’aeroporto di Tokyo Haneda, il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha detto di voler rafforzare la cooperazione con i leader del G7. E parlando dell’Unione europea, ha detto testuale: “Voglio avere una discussione approfondita con la cancelliera Angela Merkel, una leader dell’Unione, sull’importanza della collaborazione tra Giappone e Europa e su altre specifiche questioni, in merito alle quali possiamo lavorare insieme”. Una dichiarazione che tradisce una visione: in pratica, per Abe, il trattato di libero scambio tra Tokyo e Bruxelles, e in generale le relazioni tra il suo paese e l’Unione, passano attraverso la cancelliera tedesca Angela Merkel. Non c’è da stupirsi, quindi, se la delegazione giapponese partita alla volta dell’Europa per una visita di tre giorni, si sia fermata soltanto sei ore nella capitale italiana. L’altro ieri Shinzo Abe ha incontrato il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e durante la conferenza stampa congiunta i due leader hanno parlato del G7 di Taormina, naturalmente, di mercati, e di Corea del nord. Giappone e Italia sono d’accordo almeno su due punti: al vertice tra i Grandi, previsto per il 26 e 27 maggio prossimi, entrambi i paesi faranno pressioni per convincere gli altri a riaprire un canale di dialogo con la Russia, ed entrambi cercheranno di risolvere lo stallo delle trattative sull’accordo di libero scambio con l’Unione europea: “Il Giappone e l’Europa devono collaborare con gli Stati Uniti per continuare a tenere alta la bandiera di libero scambio”, ha detto Abe. Qualche ora prima, dopo il colloquio con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, il primo ministro nipponico aveva detto: “Puntiamo a un accordo di massima il prima possibile, perché questo consegnerà al mondo un simbolo del libero scambio”.

 

“Il meeting con Gentiloni è durato circa settanta minuti”, dice al Foglio Norio Maruyama, portavoce del governo giapponese e capo della comunicazione diplomatica di Tokyo, fornendo uno di quei dettagli che piacciono molto alle cancellerie. La durata di un meeting sembra un dato dirimente per capire quanto due leader si piacciano. Maruyama è stato nominato da meno di quattro mesi, e il suo primo incarico all’estero è stato il 13 febbraio scorso in Florida, al resort di Mar-a-Lago, durante uno dei fine settimana più chiacchierati della storia delle relazioni tra Giappone e America. Shinzo Abe è stato il primo leader asiatico a essere stato invitato dal presidente americano Donald Trump nella lussuosa residenza di Palm Beach. Durante la cena, il sabato sera, la Corea del nord ha lanciato il primo test missilistico sotto la sua presidenza, e Trump ha discusso con i suoi consiglieri sulla risposta da dare senza alzarsi dalla tavola imbandita, mentre camerieri e inservienti osservavano il lavoro dello staff della Casa Bianca, e gli altri ospiti scattavano selfie con l’uomo della valigetta con i codici nucleari. Il giorno successivo, Abe e Trump sono andati a giocare a golf, e chi abbia vinto quella partita è tuttora un segreto: “Il primo ministro è stato il primo leader a essere ricevuto a New York, pochi giorni dopo l’elezione di Trump”, spiega Maruyama, ricordando quando, il 17 novembre scorso, Abe venne ricevuto alla Trump Tower (per novanta minuti) e lì, per la prima volta, i due leader parlarono di golf. “Per i giapponesi è molto importante giocare a golf. I politici non lo considerano un momento di divertimento, ma l’opportunità di osservare qualcuno, perché il golf rivela alcuni aspetti della personalità”. E sembra che la relazione di fiducia tra i due leader, nonostante le difficoltà del governo di Tokyo di interpretare alcune uscite di Trump – soprattutto su Twitter – si stia rinnovando. All’inizio di febbraio un anonimo funzionario del governo di Tokyo ha raccontato all’Asahi shimbun uno sfizioso pettegolezzo: sembra che durante una telefonata con la Casa Bianca, Trump abbia detto a Abe che sua figlia, Ivanka, che era pure presente al meeting alla Trump Tower, gli avesse suggerito di dare ascolto al primo ministro giapponese, “un uomo molto intelligente”.

 

Per il Giappone, però, questo è un periodo particolarmente complicato: la Corea del nord anche ieri ha fallito l’ennesimo test missilistico, e la scorsa settimana, durante il viaggio in Asia, il segretario di stato americano Rex Tillerson ha parlato per la prima volta di “opzione militare”. La prima diretta conseguenza è che alcune scuole nel nord del Giappone, nella prefettura di Akita, hanno iniziato delle esercitazioni in caso di attacco missilistico. “E’ chiaro che, riguardo la Corea del nord, l’atteggiamento della nuova Amministrazione americana è diverso da quella precedente del presidente Obama. Penso che stiano ancora valutando la politica su Pyongyang. Tillerson ha detto che la ‘pazienza strategica’ non è stata risolutoria. Dovremmo riflettere su questo”. Anche Shinzo Abe, l’altro ieri, ha parlato di un fondamentale “cambiamento della minaccia nordcoreana”, che è arrivata a un “nuovo livello”. E Maruyama conferma: “Lo vediamo da mesi, da anni, dal numero di test nucleari e di test missilistici, e dalla gittata dei missili che aumenta sempre di più. E’ tutto chiaro abbastanza per affermare che questi sono atti di provocazione, e non possono essere permessi”.

 

La situazione in estremo oriente è sempre più imprevedibile e tesa per via di Pyongyang, eppure più di due mesi fa Tokyo ha ripreso a litigare con Seul, e ha ritirato il suo ambasciatore in Corea del sud: è successo dopo l’istallazione, il 31 dicembre del 2016, di una statua che rappresenta le cosiddette “donne di conforto” sudcoreane davanti al consolato nipponico della città di Busan: “Nel dicembre del 2015 abbiamo firmato un accordo con la Corea del sud, un accordo che dice chiaramente che la questione è risolta in modo irreversibile. Dopo l’istallazione della statua abbiamo domandato la sua rimozione”, ma la cosa non è avvenuta, e dunque Tokyo ha preso una decisione drastica che ha avuto poca eco mediatica in occidente: “Abbiamo preso la decisione valutando tutte le circostanze, in maniera globale”, dice Maruyama, ma “l’accordo è ancora valido”, e la cosa più importante è che “entrambe le parti lavorino per implementare quell’accordo”. Da decenni ormai il Giappone litiga con i vicini per questioni legate al passato. Due anni fa, durante il settantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, Abe disse che le nuove generazioni di giapponesi non sarebbero più state costrette a scusarsi per errori che non hanno commesso. Ma come spesso accade in Asia, il passato torna sempre. E spesso nel momento meno opportuno.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.