Sinistre divorziande

Gli scissionisti pd e gli altri possono stare insieme? Pare di no. Parlano Fassina, Civati e Boccia

Marianna Rizzini

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Sinistre divorziande

Gianni Cuperlo, Stefano Fassina, Pippo Civati (foto LaPresse)

Roma. Lo strano giorno dopo (ieri, dopo l’assemblea nazionale del Pd con divorzio nei fatti tra Matteo Renzi e sinistra dem) è anche lo strano giorno prima (prima della direzione del Pd di oggi, in cui la spaccatura può diventare effettiva, tanto più che i bersaniani hanno ieri annunciato la loro non-presenza). Ed è nello strano giorno che prende forma il dramma parallelo delle sinistre-a-sinistra-del Pd, reali e potenziali, che nonostante i comuni “niet” a Renzi non riescono a pensarsi insieme. La nascente Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni, infatti, appena uscita dal congresso di Rimini, è alle prese con l’ufficiosa spaccatura interna sul tema della “non collaborazione” con gli scissionisti pd e con Giuliano Pisapia, fondatore di Campo progressista (“casa delle persone di sinistra che pensano di non averne più una”, ha detto l’ex sindaco di Milano). Sinistra che vai sfumatura che trovi – ci sono anche Pippo Civati con “Possibile” e Luigi De Magistris con il movimento “DemA” e la Rifondazione comunista di Paolo Ferrero e il “ConSenso” di Massimo D’Alema – ma il punto è: le sfumature sono davvero sui contenuti? O, come teme la pur ubiqua presidente della Camera Laura Boldrini, che è andata ad ascoltare Pisapia come Fratoianni (e Nichi Vendola), c’è un rischio di non accordo con contestuale “caccia alle poltrone”?

 

Ovunque, a sinistra, ci si interroga sul “chi siamo e dove andiamo”, anche per non sembrare già in pieno effetto-Francia, dove ieri il quotidiano Libération decretava la “morte prematura” del dialogo tra la sinistre di Benoit Hamon e quella di Jean-Luc Melenchon. E chi è già uscito dal Pd guarda a chi deve ancora uscire o a chi, da fuori, vuole ricreare l’Ulivo che fu (vedi Pisapia), ma con una certa diffidenza. “Ci sono fattori contingenti e fattori strutturali per cui le sinistre si trovano divise”, dice Stefano Fassina, ex deputato del Pd poi colonna di Si nonché ex viceministro dell’Economia nel governo Letta. Fassina è convinto che, “chiusi nel Palazzo”, molti esponenti politici “non prestino più attenzione ad alcuni fatti essenziali. E cioè che siamo nella fase in cui una parte della sinistra – o centrosinistra – come il Pd, che è nato nella scia della Terza via, va avanti per quella strada e chi, come il sottoscritto e molti altri, pensa che 2016 stia al neoliberismo e alla sua versione soft – la terza via, appunto – come l’89 sta al socialismo reale. La Brexit, Donald Trump e il nostro referendum costituzionale dimostrano l’insostenibilità del liberismo reale. Il Pd, come altri partiti della sinistra europea, resta in quell’alveo. Altri, come noi, ritengono che ci si trovi in una fase diversa, e che vada ridefinito il rapporto con la Ue e l’Eurozona. Sono due prospettive radicalmente alternative”.

 

Fassina pensa dunque che “il pezzo di Pd che vuole andarsene dal Pd non abbia ancora chiarito che cosa vuole fare. Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema hanno scritto editoriali sulle rispettive riviste, in cui fanno autocritica sulla globalizzazione e sul liberismo, ma evitano accuratamente di affrontare il nodo Ue ed Eurozona. Restano nell’ambiguità”. Forse allora Sinistra italiana può trovare contenuti in comune con Pisapia? “Perché, Pisapia ha dei contenuti?”, dice Fassina: “Sull’Eurozona che cosa pensa? E sul Jobs act? E sui voucher? E sulla buona scuola? Non ho sentito niente. Sento sempre parlare di valori. Ma sui valori, tranne Matteo Salvini, siamo tutti d’accordo”.

 
Intanto Pippo Civati, uno dei primi fuoriusciti dal Pd (un anno e mezzo fa), dice da “Possibile” che “esiste, sì, un gigantesco problema politico nel Pd”, ma che “ il problema è mal posto come contenuti e come tempistica: tra riforma elettorale, buona scuola e referendum costituzionale ci sono stati momenti migliori di questo”. Guardando agli scissionisti pd, dice Civati, “c’è un problema di gestione politica e un problema di autonomia: se te ne vai dal Pd poi non ti puoi alleare con il Pd. Ci si sente alternativi a Renzi? Beh allora non puoi allearti con Renzi” (detto alla minoranza dem perché Pisapia intenda?).

 

Quanto a Si, Civati dice che “magari ora non è il momento di dividersi ma che è salutare che emergano le contraddizioni: anche nel caso di Si il punto è la vera autonomia rispetto al Pd. Se si pensa che il Pd sia un posto mal frequentato dal punto di vista ideologico, allora si sta fuori e non si pensa a collaborare da fuori, punto. Lo dico a costo di sembrare primitivo: c’è il proporzionale? Bene, si faccia una lista unica competitiva, che competa cioè con Pd e Cinque Stelle, si prendano i voti come sinistra autonoma, orgogliosa e decorosa, ci si conti in Parlamento e si veda poi con chi parlare”. Dal Pd più tormentato e critico verso Renzi, Francesco Boccia, presidente della Commissione Bilancio della Camera che in teoria “non vorrebbe la scissione” ma che non vede molto margine all’interno del Pd, dice che alla base dei problemi tra sinistre c’è “la scarsa cultura di partito” dei “relativamente giovani partiti italiani”, rispetto “ai secolari partiti europei, abituati a rispettare le minoranze e a vivere nel contesto ampio di un grande partito di massa in cui la minoranza può far valere la propria idea anche se a un certo punto prende atto dei numeri. In Italia abbiamo partiti giovani e fragili. E oggi se si arriva alla scissione nel Pd è colpa sia di chi se ne va sia di chi ha guidato con grande indisponibilità all’ascolto. E questa indisponibilità di Renzi alla fine ha sfibrato dall’interno il partito”.

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