L'imbarazzante riciclo di Aldo Giovanni e Giacomo

Non fate i comici, se non avete la pazienza di mettere a punto le gag

aldo giovanni giacomo reuma park

Aldo, Giovanni e Giacomo , Fuga da Reuma Park

Imbarazza il riciclo dello spettacolo teatrale di Aldo Giovanni e Giacomo nell’ultimo film del trio “Fuga da Reuma Park” (diretto dal trio medesimo, dicono i crediti, assieme a Morgan Bertacca). Ma in fondo è roba loro, lo spettacolo e pure il pubblico: se decidono che quest’anno va la minestra riscaldata son padronissimi di passare all’azione. Più imbarazzante ancora – e qui qualcosa da dire abbiamo, parlando di cinema – è l’esasperante lentezza con cui l’annunciato riciclo avviene. Ora lo vediamo. Dài che lo stiamo per vedere. Tutti gli ospiti dell’ospizio sono pronti e seduti per il filmino, lo spettatore assieme a loro. L’infermiera nazista dall’accento slavo prende la frusta se non ti sbrighi. Il pezzo di repertorio parte quando ormai abbiamo la mascella slogata. Pure accompagnato dal commento nostalgico: “guarda come eravamo giovani”.

 



 

“Giovani e bravi”, pensa il malcapitato spettatore. Anche un po’ irresponsabile, va detto. “Il ricco, il povero e il maggiordomo” – film rilasciato nel 2014, sempre con la complicità di Morgan Bertacca – faceva uscire dalla sala fissando la punta delle scarpe, se per caso ti eri fatto accompagnare da qualcuno non del mestiere. Giovani, bravi e magari anche lavoratori (non fate i comici, se non avete la pazienza di mettere a punto le gag). Qui l’idea semplicemente non esiste – gli scellerati fanno la parte di loro stessi truccati da vecchi, si ride solo quando in scena ci sono Ficarra e Picone nella parte dei figli mafiosi che conducono Aldo all’ospizio, appunto il Reuma Park. Nessuno pensa di salvare la situazione con qualche gag.

 

Storia veritiera, milanesissima e popolare di Aldo Giovanni e Giacomo. In un libro

Il trio è un genere difficile in comicità, perché spariglia. Ma è divino per definizione perché trova un equilibrio solo nell’armonia

 

Contestualmente, abbiamo preso atto che durante la proiezione del film (nella più frequentata e centrale sala milanese) non solo esiste ancora l’intervallo (ignoto a tutti i paesi che amano il cinema) ma l’intervallo arriva a caso. Non alla fine di una scena, neppure quando finisce quel che una volta era indicato come “primo tempo”. A caso: l’immagine sparisce e arriva il cartello nero con la pubblicità, subito abbiamo pensato a un guasto. Capita anche che prima si accendano le luci in sala e poi il film bruscamente si interrompa, in tal caso lo spettatore arriva più preparato.

 



 

Siccome ci dobbiamo portare avanti – sennò chi li smaltisce sette cinepanettoni che insieme non faranno l’incasso di Checco Zalone e di “Quo vado?” l’anno scorso – dopo i vecchietti abbiamo visto “Poveri ma ricchi” di Fausto Brizzi con Christian De Sica. Famiglia di cafoni che vince alla lotteria, quindi si trasferisce a Milano – tra il Bosco Verticale di Stefano Boeri e piazza Gae Aulenti – per far la vita dei ricchi. Scopre che son tutti di sinistra, vanno in bicicletta, per regolamento condominiale non friggono. E’ l’unica battuta che pare contemporanea (ma già a Firenze non rideranno). Il resto è un giochetto tra “arigatò” e “rigatoni” che fa ripiombare nell’imbarazzo.

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