Dopo le notizie false, lo spettro della censura. Il mese da incubo di Facebook

Un leak rivela strumenti che farebbero comodo ai regimi

Eugenio Cau

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Facebook (foto LaPresse)

Roma. L’ultimo leak contro Facebook non sarebbe potuto arrivare in un momento peggiore. Mentre in tutto l’occidente il social network è investito da polemiche durissime sulla sua eccessiva tolleranza nei confronti delle notizie false, dall’occidente arriva un’altra mazzata: secondo fonti interne sentite dal New York Times, Mark Zuckerberg è pronto a venire a patti con la censura cinese. Alcuni dipentendi ed ex dipendenti di Facebook, parlando in forma anonima, hanno rivelato al Nyt che il social network sta testando un sistema per censurare in maniera automatica certi post in base all’area geografica di appartenenza di ciascun utente. Il sistema sarebbe affidato a un agente terzo e consentirebbe di nascondere dai profili degli utenti di determinate aree geografiche i post legati a trend e argomenti specifici. Questo significa che, grazie allo strumento in fase di test, in Cina potrebbero essere censurati i post sensibili che tutto il resto del mondo può consultare. Sarebbe il tool perfetto nelle mani del governo cinese o di una società che ne faccia le veci, e sarebbe la chiave d’accesso che consentirebbe infine a Facebook di tornare sul mercato digitale più grande del mondo. Dal 2009 Facebook, così come le altre grandi compagnie della Silicon Valley, da Google a Twitter, è bandito dalla Cina, dove vige un sistema di censura online serratissimo, definito “Great Firewall”. Da tempo Zuckerberg non fa mistero della sua volontà di entrare nel mercato cinese e conquistare gli 1,4 miliardi di potenziali utenti, e ha messo in atto una “charm offensive” importante, ha imparato il mandarino, tenuto pubbliche relazioni ad altissimi livelli con la leadership comunista, blandito gli alti funzionari.

Sembra che l’inchino di Zuck alla censura sia completo, ma le cose sono più complicate di così. Il sistema è ancora in fase di test, e anche le fonti del New York Times hanno detto che è solo una delle tante novità sperimentate, di cui Facebook non ha mai fatto menzione alle autorità cinesi. Il progetto dunque potrebbe non vedere mai la luce, ma secondo gli insider è stato difeso e sostenuto da Zuck, a tal punto che alcuni impiegati hanno abbandonato l’azienda in polemica.

 

Né crucchi né froci, l’algoritmo pol. corr. non perdona nemmeno l’ironia

"Il problema è che Facebook crede di aver capito il senso di ciò che scriviamo". Dialogo tra i foglianti Manuel Peruzzo e Mirko Volpi, bannati da Facebook, su come evitare la censura del social network (senza riuscirci).

 

Delle tante polemiche in corso, quella sulla censura da parte di governi autoritari è una delle più brucianti per Facebook. Nonostante alcune controversie sulle sue policy di cancellazione dei contenuti, Facebook non ha mai acconsentito alla censura sistematica dei post dei suoi utenti, e per questo ha passato anche dei guai in alcuni paesi autoritari come la Russia, dove il governo ha bloccato Linkedin pochi giorni fa e adesso potrebbe muovere contro Facebook e Twitter. Attualmente, secondo numeri forniti dal social network, Facebook blocca o censura i post solo quando questi contravvengono alle leggi dei singoli stati, per rispettare le sentenze dei giudici sui temi come la diffamazione o la difesa del copyright. Nella seconda metà del 2015, per esempio, Facebook ha cancellato circa 55 mila contenuti in tutto il mondo: una cifra infinitesimale rispetto alla mole totale.

Parte degli elementi cancellati potrebbe rispondere a ragioni censorie, e non è un caso che i governi che chiedono con maggior insistenza l’intervento di Facebook siano quelli di paesi semi autoritari come Turchia, Pakistan, Russia. Ma appunto, si tratta di provvedimenti non sistematici e numericamente trascurabili, seppure spesso rilevanti nei loro contesti specifici. Uno strumento di censura sistematica, però, cambierebbe radicalmente questo discorso. Perché se in Cina internet è già completamente censurato, e le versioni locali dei social network, come WeChat o Weibo, sono solerti nel rispettare i voleri del governo, in altri paesi Facebook è ancora un mezzo di trasmissione delle informazioni difficile da domare. Non è un caso, per esempio, che durante i momenti di crisi il governo turco blocchi completamente sia Facebook sia Twitter: al contrario di Pechino, Ankara non ha gli strumenti tecnici per applicare una censura specifica, e tutto quello che può fare è oscurare il sito intero senza distinzioni. Ma lo strumento allo studio di Menlo Park, se perfezionato e diffuso anche oltre la Cina, darebbe ai regimi di mezzo mondo capacità censorie finora impensabili. La rivelazione del Nyt mette in imbarazzo Facebook anche nell’altra grande polemica, quella delle notizie false. Da giorni Zuckerberg dice che eliminare le bufale in maniera selettiva è un processo tecnicamente difficile, e adesso si scopre che è allo studio uno strumento che sarebbe utilissimo proprio a questo scopo. Peccato che sia stato pensato per Pechino.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    24 Novembre 2016 - 12:12

    A proposito delle notizie false: sarebbe ora di rivalutare i giornalisti che si recano sul luogo e riferiscono o che facciano i dovuti accertamenti, prima di dare credito alle notizie. In ogni caso non sono i social che devono essere fonte della notizia. Sarebbe ora di rivalutare il giornalismo di qualità, ovvero la carta stampata.

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