Sharon Jones, l'anima senza tacchi

Era “troppo bassa, troppo grassa, troppo nera e troppo vecchia”. Ma non per il soul

Sharon Jones

Sharon Jones (foto LaPresse)

Farewell, Sharon: passa a miglior vita una delle soul singer afroamericane, la cui storia e le cui relazioni col successo sono stale tra le più stravaganti. A soli 60 anni è morta Sharon Jones, uccisa da un cancro al pancreas con cui ha sostenuto una lunga battaglia, resa pubblica sia al primo manifestarsi, nel 2013, che nella recrudescenza del 2015 che le sarà fatale. “Miss Sharon Jones!” è il titolo del bel documentario che il premio Oscar Barbara Kopple (“Harlan County, Usa”) le ha dedicato lo scorso anno, attenta proprio a rappresentare il coraggio con cui questa donna negli ultimi anni ha fatto diventare la malattia parte della sua vita, e perfino della sua arte. Nel 1956 Sharon Jones viene al mondo in un luogo deputato: Augusta, South Carolina, l’altra metà di Augusta, Georgia, che diede i natali a James Brown. Terra di black music, ovunque, per strada, nei bar, nei club e nelle chiese dove Sharon, d’istinto, comincia a cantare il gospel.

 



 

Poi, ancora piccola, con la famiglia si trasferisce a Brooklyn e qui prova con tutta la determinazione possibile a farsi strada nello show business locale. Niente da fare: per anni produttori e discografici le chiudono sistematicamente la porta in faccia, anche se in quegli anni la scena del R’n’B tira a meraviglia: “Di volta in volta, mi giudicavano troppo bassa, troppo grassa, troppo nera e troppo vecchia”, ricorda nel doc, rievocando i suoi fallimenti.

 

La storia di Hallelujah

E' stato il suo brano più travagliato. Leonard Cohen non azzeccò né la prima né la seconda versione della sua canzone più iconica. Ma poi Hallelujah è diventata un inno, una consolazione e una preghiera, ed è stata cantata da tutti, proprio tutti.

 

Sharon nel frattempo si trova dei lavori per gente con la scorza dura: fa la secondina nel penitenziario di Ryker’s Island e la guardia armata per la Well Fargo. Ma non mette da parte le ambizioni, che finalmente s’imbattono nell’occasione giusta, non grazie a un fratello nero, ma a un tipo ebreo, che sembra preso di peso da un film di Woody Allen – non fosse che in lui batte un grande cuore soul: si chiama Gabriel Roth, anche lui vive a Brooklyn e, a dispetto del pallore delle sue occhiaie, si sta facendo un nome nel giro del soul revival, che proprio in quel borough di New York ha il suo epicentro.

 



 

Siamo nel 1996: la Jones si presenta a un provino come corista di Lee Fields, il soul singer con cui Roth sta lavorando. Le altre due vocalist convocate non arrivano, ma Sharon non si perde d’animo e da sola si occupa di tutte le parti vocali delle registrazioni. Roth resta impressionato dalla sua voce roca e potente, dalla sua straordinaria energia, dal suo modo impulsivo di muoversi mentre canta. Le propone un contratto e, quando finalmente fonda la sua etichetta, la Daptone records, mette in piedi, insieme a dei colleghi bianchi, ebrei e pazzi per il soul come lui, i Dap-Kings, la band che da quel giorno accompagnerà ogni show di Sharon (e che Mark Ronson chiamerà a dare il suo suono vintage, quasi collezionistico, realizzato con strumenti vintage e registrato con apparecchiature vintage, a “Back to Black”, l’hit del 2006 di Amy Winehouse).

 



 

Un animale da palcoscenico Il primo album del catalogo Daptone è proprio il disco d’esordio di Sharon Jones e il successo arriva subito, prima da parte della critica, deliziata da questo revival intinto nella verità e nelle qualità dell’artista, e poi del pubblico più sofisticato, che s’innamora di un suono che fa tanto “Ritorno al Futuro”. Quattro album, tra il 2002 e il 2010, edificano la leggenda di Sharon – “Dap Dippin’”, “Naturally”, “100 Days, 100 Nights” e “I Learned the Hard Way” – sostenuta dalla sua martellante serie di concerti, che coprono prima l’America e poi il mondo, con la sua presenza scenica a farla da padrona, a cominciare dal gesto con cui, a un certo punto dello show, con un calcio si liberava dei tacchi alti e, piccola e robusta, cominciava a correre da un lato all’altro del palco trascinando il pubblico con le sue performance e i crescendo dei Dap-Kings.

 



 

Poi la malattia e le cure: Sharon un giorno si riaffaccia in pubblico del tutto calva per la chemio, spiegando che nei concerti la parrucca non la metterà mai, perché agitandosi la perderebbe alla prima canzone. Ancora un album nel 2014, “Give the People What they Want”, più appannato, poi l’anno scorso “It’s a Holyday Soul Party”, una raccolta di canzoni di Natale in salsa black, e infine la ricaduta. Sharon, artisticamente era la superstite di un passato classico, che faceva rivivere grazie attraverso il suo sincero talento e quella bizzarra associazione con la banda di bianchi che, accompagnandola, la veneravano come l’ultima testimone del grande suono di un’altra America. E ora se n’è andata, amorevolmente circondata proprio da loro, i suoi Dap-Kings – quelli che le avevano offerto una chance vera e le hanno permesso di vivere il suo grande sogno.

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