"Il modello Milano è fermo al palo. Un male per l'Italia"

Un anno di giunta Sala giudicato da Stefano Parisi, con vista nazionale (e sulla destra)

"Il modello Milano è fermo al palo. Un male per l'Italia"

Beppe Sala (foto LaPresse)

"E come potrei definirla, la Milano di Beppe Sala? Immobile”. Sfidante un anno fa sconfitto di un soffio, a Palazzo Marino guida un’opposizione non distratta, nei canoni di Sua Maestà, anche se conosce le regole del gioco: nei consigli comunali, l’opposizione vale quel che vale. E poi ha ovviamente un progetto più ampio in testa, che assorbe tempo ed entusiasmi, quello di Energie per l’Italia, il tentativo di rigenerare un centrodestra liberal-popolare, no populismi, programmatico, per recuperare quei milioni (“milioni!”) di elettori che in dieci anni hanno abbandonato la Casa (ex) delle Libertà. “Ma ci vogliono programmi, idee, invece continuo a sentire parlare di candidati, di nomi da buttare sul mercato. Non è così che recuperi la gente”. Fine, o quasi, della parte nazionale. Con Stefano Parisi il Foglio vuole parlare di Milano. Di quel “modello Milano” su cui ai tempi dell’Expo aveva scommesso Matteo Renzi, ma che anche Parisi per il centrodestra (parola un po’ indefinita, al momento) continua a considerare un modello positivo. Continua, sebbene il giudizio sul primo anno dell’amministrazione di sinistra sia netto e negativo: “Immobile, ma me lo aspettavo esattamente così. E’ pura continuità con Pisapia. E’ ovvio che il lavoro di una giunta si giudica nello sviluppo degli anni. Ma il primo anno è quello in cui metti le basi del lavoro, fai partire la macchina. Invece abbiamo visto gli annunci, come per le periferie, ma tutto è fermo, Milano è una città bloccata dai regolamenti e dalla burocrazia: come il resto dell’Italia, ma non si sta proponendo come modello. In più, un surplus di retorica demagogica. Se la risposta al problema dell’immigrazione, che è ovviamente nazionale, a Milano diventa la marcia di Majorino, significa che sei lontano dalla realtà e da quel che vede la gente”. Cosa avreste fatto, voi, in un anno? “Avremmo digitalizzato tutta la macchina comunale. E cambiato tutti i regolamenti comunali, incluso il Piano di governo del territorio. Prendiamo le case popolari, uno dei temi della campagna elettorale di Sala: aveva detto che sarebbe stato risolto il problema in due anni, dopo uno è esattamente tutto fermo. Milano è bloccata, per ottenere una licenza o un permesso è un calvario, non c’è certezza di tempi e di diritto per chi voglia investire. L’unico regolamento fatto è quello per il verde, pure il verde privato: devi chiedere un permesso anche per potare il tuo giardino. Ai tempi di Albertini, il primo anno era servito per impostare il lavoro, rivedere uffici, regolamenti”. Ma soprattutto è il “modello”, secondo Parisi, che non funziona: “Il punto non è solo la virtuosità di una città, che ovviamente c’era e c’è. Il punto è immaginarsi cosa vogliamo che sia Milano tra venti o trent’anni: la nuova urbanistica, i trasporti. Invece la Città metropolitana è un fallimento, un’azienda come Atm la si vuole mettere in mano a Fs, cioè a un sistema disastroso sul trasporto locale”.


Stefano Parisi (foto LaPresse)


Qualche giorno fa, alla Festa dell’Unità, lei ha partecipato a un incontro dal titolo “Una legge speciale per Milano. L’autonomia utile”. Si parlava di maggiore autonomia fiscale, di sostenere la competitività della città. Idea care a Sala e al Pd (c’era Enrico Morando), ma che dovrebbe piacere anche a Parisi, no? “Sulla necessità di autonomia a vari livelli, ovviamente. Ma su quel modo di proporla e argomentarla, non proprio. Non serve l’immagine della città-stato. Il sindaco di Parigi, il giorno dopo la Brexit, ha abbassato le tasse per gli investitori che avessero voluto lasciare Londra. Può farlo, il punto è questo. Noi non dobbiamo aggiungere un altro livello decisionale, burocratico, dobbiamo invece toglierlo. Non dovevamo togliere le province? Io sono per accorpare le regioni in otto macroregioni. Il punto è: in vista di cosa vuoi diventare più autonomo? Per avere più soldi per la spesa pubblica? Ma il punto è esattamente diminuire la spesa pubblica. Deve costare di meno investire a Milano, avere un permesso edilizio. Immaginare una legge speciale per Milano in questo modo non porta a niente”. Meglio il referendum per l'autonomia di Maroni? Ma in fondo è simbolico anche quello. “Noi lo appoggiamo, quantomeno darà un segnale popolare di conferma di quello che i lombardi chiedono da tempo, la possibilità di fare e gestire con meno passaggi di competenze e lacciuoli. Poi, alcuni livelli di autonomia organizzativa e anche fiscale si possono incrementare già a Costituzione vigente”. Il punto però, e Stefano Parisi torna a guardare verso l’Italia, è che prospettiva vogliamo darci: “Milano può trasmettere un’idea di buona amministrazione, dalla sanità all’attrazione economica, ma l’opposizione al populismo di Grillo non può essere la Milano di Sala, per quanto si sia evidentemente convinto di voler fare politica nazionale. La sua Milano è politicamente bloccata, a partire dal fallimento del referendum e dalla sua presa di distanza da Renzi. L’opposizione a Grillo sarà il centrodestra, ma non populista, e nemmeno come somma di leader. Deve essere un programma, idee. Ma per ora ne vedo poche”.

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Commenti all'articolo

  • lorenzolodigiani

    23 Luglio 2017 - 18:06

    Parisi ha idee, ma non voti.

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